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Il nome di Gramsci è oggi un mito, una bandiera sventolata sia dalla sinistra, sia dalla destra (ricordiamo l’inserimento del pensatore sardo nel “Pantheon” di Alleanza Nazionale). Peccato che, oltre a brandire il suo nome, pochi abbiamo letto i suoi scritti ma, evidentemente, ciò non è importante. Serve utilizzare politicamente la sua immagine, quella costruita dalla mano manipolatrice dei togliattiani, per presentare un comunismo dal volto umano e non stalinista, rendere presentabile il PCI agli intellettuali degli anni ’50 che fino a qualche anno prima avevano vestito con orgoglio la camicia nera, salvo disfarsene nel momento della sconfitta del Regime. Insomma, nulla di nuovo: l’utilizzo di un personaggio per fini politici, la manipolazione del suo pensiero e dei suoi scritti non rigidamente allineati con il “servizio” che devono rendere al Partito Comunista. Quindi, quando oggi si parla di pensiero gramsciano ci si deve porre la domanda: quale? Quello che è stato divulgato dal PCI? Ovviamente, qualche problema sorge spontaneo, così come quando si parla di “egemonia culturale” – estrapolata dagli scritti gramsciani – che i “gendarmi della memoria” hanno interpretato come il “diritto morale” di manipolare la storia. No, non siamo davanti a gramsciani in questo caso, ma davanti a mascalzoni, a semplici delinquenti del pensiero. Gramsci fu sempre una persona intellettualmente onesta, non merita di essere confuso con questi cialtroni al servizio di una ideologia fallita di odio, miseria e terrore.
Tra i molti libri che parlano del pensatore sardo, particolare interesse ha suscitato in noi il volume di Luigi Nieddu, L’ombra di Mosca sulla tomba di Gramsci e il Quaderno della Quisisana (Le Lettere, Firenze 2014) che ripercorre la vita di Antonio Gramsci senza quella sudditanza da sempre imposta dalla vulgata di sinistra. Nieddu ha illustrato con dovizia di particolari i lati oscuri della “vicenda Gramsci”, la sua emarginazione da parte dei compagni, la tutela cui fu sottoposto durante la sua traversia giudiziaria da parte di elementi al servizio dell’Unione Sovietica e, soprattutto, le agghiaccianti problematiche relative alla sua misteriosa morte. Sì, perché la vita del pensatore sardo non è certo quella che tutti conoscono, ossia quella della vittima del fascismo. Scopriamo così che Antonio Gramsci non fu il fondatore del Partito Comunista d’Italia, né de “L’Unità”. Visse sempre ai margini, ignorato dalle masse e anche dai suoi stessi collaboratori di partito. La stessa ricerca del consenso e dell’egemonia culturale da lui propugnata erano solo “cavalli di troia” con i quali la dirigenza comunista – incapace di farsi maggioranza, così come di scatenare un’insurrezione – potesse aggregare intorno a sé elementi di diversa provenienza ideologica (intellettuali, borghesi, ecc.) e costruire un “fronte comune” in grado di conquistare il potere. A questo punto, gettata la maschera, con l’ausilio della violenza anche contro questi “compagni di viaggio” si sarebbe potuta instaurare la dittatura del proletariato, fine ultimo da conseguire. Tutte tecniche di conquista del potere originali e interessanti. Bisogna tuttavia evidenziare che vennero elaborate anche in altri “fronti”: pensiamo a Giuseppe Bottai e al ruolo della cultura nell’edificazione dello Stato totalitario fascista; oppure alle direttive sui “fronti popolari” allora emanate dall’Unione Sovietica ai partiti comunisti.
Arrestato e condannato quale esponente del PCdI per aver commesso “fatti diretti a far sorgere in armi gli abitanti del Regno contro i poteri dello Stato, per instaurare violentemente la Repubblica Italiana dei Soviet”, Gramsci – già da tempo isolato e posto sotto stretta sorveglianza dagli stalinisti russi e italiani – iniziò la sua lunga traversia penitenziaria, in gran parte scontata – per intervento di Mussolini – in cliniche di cura private di primissimo piano, ove gli fu permessa ampia libertà, diversi privilegi e, addirittura, la possibilità di scrivere i famosi Quaderni, un vero e proprio “vangelo” per i suoi apologeti. Ben strana dittatura quella fascista…
Gramsci doveva diventare, a questo punto, il “martire” della violenza fascista. E il PCdI fece di tutto perché così fosse, anche ostacolando le trattative per una sua liberazione. Espulso dal collettivo carcerario comunista e denunciato al Centro estero di Parigi per la sua dissociazione dallo stalinismo, Gramsci divenne un problema per il Partito Comunista d’Italia che progettò un suo rapimento e un trasferimento in URSS (visto che il pensatore sardo si era sottratto ad ogni ipotesi di fuga all’estero e, soprattutto, all’idea di raggiungere la Russia, dove – poteva ben immaginarlo – l’attendeva il carcere duro, quello vero, non certo le cliniche di cura). A tal proposito, come Nieddu evidenzia, le misure di sorveglianza cui fu posto Gramsci non servivano a impedire una sua improbabile fuga, quanto quella di un suo rapimento da parte dei compagni: il pensatore sardo “preferiva stare in Italia vigilato, e di fatto, protetto dalla polizia fascista, piuttosto che ‘libero’ nella Russia di Stalin”.
Si arrivò così al 21 Aprile 1937, quando Gramsci divenne a tutti gli effetti di legge un uomo libero. Non passarono pochi giorni, però, che – secondo quanto si sostiene – venne colpito da una emorragia celebrare e morì. Erano gli anni della Guerra civile spagnola e dello sterminio da parte degli stalinisti di tutti i compagni non allineati: a tal proposito, una rilettura meriterebbero anche le morti dei fratelli Rosselli e di Guido Picelli, probabilmente fatti fuori dai soviettisti che mal tolleravano la loro “devianza” ideologica.
Sulla fine del pensatore sardo, nonostante la versione ufficiale diffusa, permangono troppi misteri, tutti evidenziati da Nieddu. Testimonianze contraddittorie, foto e documenti scomparsi o manipolati, norme di legge disattese impunemente. Un po’ troppo per una morte naturale. E così si cita una misteriosa “caduta” dalla finestra di Gramsci: si stava sottraendo a qualcuno che voleva rapirlo per farlo espatriare clandestinamente senza il suo consenso? Così come si profila il sospetto che, invece, di una morte naturale, il pensatore sardo potesse essere stato avvelenato. Così come l’incomprensibile incenerimento del corpo, non richiesto eppure eseguito dalla sua “tutrice” sovietica Tatiana, disattendendo tutte le norme di legge e potendo contare, quindi, su coperture di primo livello. E Nieddu cita l’ombra di Helfand, uno spietato Agente del NKVD, che gestiva de facto l’Ambasciata Sovietica a Roma ed era un amico del Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano. Ma non solo. Nieddu ci ricorda della scomparsa dell’ultimo Quaderno di Gramsci, quello che abbraccia gli ultimi due anni della sua vita, durante i quali si vorrebbe far credere che il pensatore sardo non abbia scritto nulla. Invece, furono anni importanti, probabilmente di riflessione, non solo sul Regime sovietico, ma anche su quello fascista (è noto che leggesse anche giornali e libri di autori fascisti, come Attilio Fanelli, Giuseppe Bottai o Telesio Interlandi, solo per citarne alcuni). E allora si profila anche l’ipotesi – più che logica – di un allontanamento progressivo dal comunismo di Gramsci, un allontanamento che doveva essere spiegato nelle riflessioni contenute nell’ultimo Quaderno, quello che opportunamente venne fatto sparire. Gramsci doveva essere un “martire” della violenza fascista, il volto umano di un comunismo presentabile agli Italiani. Insomma, di là dell’uomo, di là della realtà dei fatti, di là addirittura del suo vero pensiero, serviva una “figurina” da propaganda. E il Partito Comunista Italiano la fece questa “figurina”, sulla pelle di Antonio Gramsci.

Pietro Cappellari

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