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” Condivido il giudizio complessivo sulla Resistenza come fatto di pochi, non di popolo. Ma sull’ uccisione di Mussolini per me lo studioso sbaglia; Churchill non c’ entra. Finche’ non lo vedo, io rimango della mia opinione: il carteggio fra lo statista inglese e il Duce non esiste “

————————- PUBBLICATO —————————— CONTROCORRENTE Quello che non convince nel “Rosso e nero”, il libro intervista dello storico sull’ ultimo atto del fascismo TITOLO: Dove sono le prove? “Condivido il giudizio complessivo sulla Resistenza come fatto di pochi, non di popolo. Ma sull’ uccisione di Mussolini per me lo studioso sbaglia; Churchill non c’ entra. Finche’ non lo vedo, io rimango della mia opinione: il carteggio fra lo statista inglese e il Duce non esiste” – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – Non ho ancora letto il nuovo libro di De Felice, Rosso e nero, scritto a mo’ d’ intervista come capitolo di chiusura della sua sterminata saga sul fascismo, capitolo dedicato ovviamente al faccia a faccia di Resistenza e Repubblica Sociale. Ma ne ho letto alcuni anticipi che mi suggeriscono qualche osservazione: non come storico, qualifica che non mi viene riconosciuta dagli storici accademici, di cui lo stesso De Felice fa parte. Ma da testimone e partecipe, sia pure modesto, di quegli eventi. Primo. Ritengo esatto . a costo di mandare ancora una volta in bestia il mio amico Giorgio Bocca, con cui su tante cose mi trovo invece perfettamente d’ accordo . il giudizio complessivo che De Felice da’ della Resistenza come fatto non corale e “di popolo”, ma di una minoranza, quali sempre sono stati i fatti italiani dal Risorgimento in poi. Secondo De Felice non furono piu’ di quattro milioni gl’ italiani coinvolti, da una parte e dall’ altra, in quella lotta. La cifra, si capisce, e’ approssimativa, ma mi sembra abbastanza vicina alla realta’ . La grande maggioranza, anche se non aveva dubbi sull’ esito finale, si schiero’ dalla parte dei vincitori solo il 25 Aprile fasciandosi il collo con un fazzoletto rosso. A cinquant’ anni di distanza, mi pare che queste amare verita’ possiamo ormai dircele, e siamo grati a De Felice di averle avallate con tutta la sua autorita’ di fascisto’ logo (che naturalmente non vuole dire fascisto’ filo, quale dapprincipio alcuni suoi colleghi tentarono di farlo passare). Un po’ meno d’ accordo mi trova la sua ricostruzione dell’ atto conclusivo di quella tragedia: l’ uccisione di Mussolini. Io e Mario Cervi nella nostra Italia della guerra civile (scusate l’ immodesta citazione) questa ricostruzione abbiamo cercato di farla sui documenti e le testimonianze a disposizione in quel momento (1983). Ma una di queste testimonianze mi sembra assolutamente incontrovertibile, data la persona di cui reca la firma: Leo Valiani, tuttora vivo e di lucidissima memoria. Valiani era autorevolissimo membro del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale). Quando giunse la notizia che Mussolini era stato arrestato a Dongo dai partigiani, “noi quattro del Comitato ci consultammo, senza neppure riunirci, per telefono. Pertini, Sereni, Longo ed io prendemmo nella notte la decisione di fucilare Mussolini, data l’ urgenza. Gli americani infatti chiedevano per radio che Mussolini fosse consegnato a loro. Longo chiese a Cadorna (capo militare dei volontari della liberta’ , n.d.r.) di dare il lasciapassare a due suoi ufficiali, Lampredi e Audisio, per andare a prelevarlo. Cadorna racconta lealmente nelle sue memorie di aver subito capito che andavano per fucilarlo, ma di aver firmato ugualmente il foglio perche’ gli sembrava piu’ giusto che Mussolini morisse per mano degl’ italiani che per mano degli stranieri. Piu’ tardi arrivo’ da lui un ufficiale americano, Daddario, che chiese, ma invano, la consegna di Mussolini. Per scongiurare l’ intromissione, Cadorna detto’ questa risposta: “Spiacenti non potervi consegnare Mussolini che, processato da un tribunale popolare, e’ gia’ stato fucilato”. Era una bugia. L’ esecuzione non era ancora avvenuta, era stata soltanto autorizzata. Cosi’ ha raccontato Valiani, che in vita sua non ha mai mentito, nemmeno . credo . quando da ragazzo rubava la marmellata nella dispensa di famiglia. Che poi a sparare sia stato, come si e’ sempre detto, Audisio o qualche altro del suo seguito, mi sembra del tutto irrilevante. Ma De Felice preannuncia la pubblicazione di alcuni documenti da cui risulterebbe che a uccidere il prigioniero fu invece un agente inglese per strapparlo dalle mani non degl’ italiani, ma dagli americani e impadronirsi del carteggio Mussolini Churchill che avrebbe potuto compromettere irreparabilmente lo statista britannico. Sono proprio curioso di vedere questi documenti. Del carteggio Mussolini Churchill sento parlare da cinquant’ anni e, anche dopo la dichiarazione di De Felice, dubito molto della sua esistenza. Non perche’ Churchill stesso me l’ abbia sempre negata quando, ritirato ormai dal potere, faceva lunghi soggiorni nella villa di Lord Beaverbrook sulla Costa Azzurra, dove mi conduceva Grandi, amico di entrambi dai tempi della sua Ambasciata a Londra: come tutti i politici, Churchill non era allergico alle bugie. Egli non smentiva di aver nutrito, negli anni Trenta, delle simpatie per Mussolini. Ma nell’ Inghilterra di quel tempo, Churchill era un uomo politicamente finito. La sua carriera era stata spezzata durante la prima guerra mondiale quando, come Lord dell’ Ammiragliato, si era assunta la responsabilita’ della spedizione nei Dardanelli finita in un disastro che lo aveva travolto. Alla Camera dei Comuni si divertivano alle sue taglienti battute, ma lo consideravano un personaggio inaffidabile anche per i cambi di bandiera che aveva fatto fra le due guerre dal partico conservatore a quello liberale e viceversa. Che cosa Mussolini poteva dire e farsi dire da un politico inglese che in Inghilterra non contava nulla? Puo’ darsi che una volta riportato al potere dagli Stukas tedeschi che distruggevano Londra Churchill abbia scritto a Mussolini per scongiurarlo di non entrare in guerra. Ma se lo avesse fatto (e Grandi lo escludeva), non vedo che interesse avrebbe avuto a tenerlo nascosto. Che il capo del governo di un Paese allo stremo cercasse di dissuadere l’ Italia dall’ unire le sue forze (che a quel tempo passavano per efficientissime: il bluff era pienamente riuscito) a quelle del nemico che stava per sopraffarlo, mi pare del tutto logico e quasi doveroso. Nemmeno se l’ esortazione fosse stata accompagnata dalla promessa di qualche compenso mi pare che ci sarebbe da scandalizzarsene. A Franco, nel momento cruciale, dei compensi alla sua dissociazione dall’ Asse furono garantiti, e poi mantenuti. E con cio’ ? De Felice non e’ storico da inventarsi dei documenti, o da prendere per tali delle patacche. Qualcosa in mano l’ avra’ di certo. Ma finche’ non la vedo, rimango della mia opinione: che il famoso carteggio o non esiste, o si riduce a ben poca e povera cosa, del tutto immeritevole di un blitz da film poliziesco per impadronirsene e tappare la bocca a Mussolini prima che gli americani gliela facessero aprire in una Norimberga italiana. Terza chiosa alle anticipazioni di De Felice. Pur senza riabilitare Salo’ , egli dice che accanto a dei fanatici come Pavolini e a dei delinquenti come Koch ci furono anche dei galantuomini come Biggini, Pisenti, Parini che si misero al servizio della Repubblica Sociale per salvare il salvabile e che forse il primo di questi italiani di buona volonta’ fu lo stesso Mussolini. Sebbene non abbia nessun motivo di gratitudine verso costoro, concordo in pieno con questa tesi. Questi buoni italiani, fra i quali c’ era anche Nicola Bombacci, finito appeso per i piedi accanto a Mussolini (di quali tragici scherzi e’ capace il Destino) in quel macabro e vergognoso spettacolo di bassa macelleria che fu piazzale Loreto, poterono fare poco. Ma il poco che potevano fare lo fecero, anche a rischio della propria pelle. Ultima chiosa: l’ uccisione di Giovanni Gentile. De Felice avanza l’ ipotesi che gli elementi estremisti della Resistenza ne vollero la morte perche’ vedevano in lui l’ incarnazione di un moderatismo che poteva impedire l’ esasperazione di quella guerra civile in cui essi riponevano le speranza di catarsi comunista. Non lo credo. Sono anzi convinto che i moventi di quell’ assassinio (perche’ di questo si tratto’ ) siano stati piu’ semplici e meschini: da far risalire alla voglia di protagonismo di alcuni baldi giovanotti che volevano, con un’ operazione quasi priva di rischi (la vittima, come presidente di un fantasma, qual era ormai l’ Accademia d’ Italia, non aveva guardie del corpo) volevano soltanto acquisire dei meriti su cui costruire . in un Paese in cui l’ industria piu’ redditizia e’ sempre stata, dal Risorgimento in poi, il reducismo . una carriera politica. E infatti ricevette subito il plauso di quello che veniva considerato la piu’ alta espressione e autorita’ della intellighenzia di sinistra, il cattedratico Concetto Marchesi, illustre per i suoi studi su Tacito e su Seneca, in compagnia dei quali avrebbe fatto meglio a restare (anche se i saggi ch’ egli ha dedicato a queste due star del mondo classico mi sembra che non apportino granche’ di nuovo e che soprattutto siano scritti come quasi sempre scrivono gli Accademici italiani: coi piedi). Naturalmente a queste chiose De Felice non rispondera’ . Gli storici italiani non rispondono mai, nella loro spocchia, a chi non possiede il tesserino della categoria, specie se e’ un giornalista. Pazienza. Non per questo noi smetteremo di essere grati a De Felice per aver dedicato la vita allo studio del fascismo, che tanti faziosi imbecilli volevano semplicemente cancellare, e avercene fornito non la piu’ esauriente ricostruzione, ma tutti gli elementi che ne permetteranno la ricostruzione. Perche’ , per scrivere di Storia, bisogna conoscerla bene, e nessuno conosce quella del fascismo piu’ e meglio di De Felice. Ma poi bisogna anche saperla raccontare.

 

Montanelli Indro

Pagina 23
(6 settembre 1995) – Corriere della Sera

L’Accademia Delia in occasione degli eventi dell’estate nettunese ha voluto premiare quelle personalità che si sono contraddistinte nel litorale di Anzio e Nettuno nelle arti, letteratura, scienza promuovendo il nome delle nostre perle del tirreno oltre il nostro territorio.

L’Accademia Delia nasce nel 1608 a Padova su iniziativa di Giovanni de Lazzara. Questi con alcuni altri nobili patavini vuole istituirla per dar vita ad un centro di cultura e di rinnovata cavalleria. Il simbolo araldico dell’Accademia rappresenta il Palazzo di Apollo ai piedi del Monte Cinto, nell’Isola di Delo. II motto e l’arma vogliono significare una vita lunga per l’Accademia ed un connubio tra le belle arti e quelle cavalleresche e militari, raffigurate da Apollo e Diana. Attualmente oltre che in Italia l’attività dell’Accademia  è riscontrabile in Germania, Austria, Georgia, Ungheria, Danimarca, Croazia, Belgio, Russia, Polonia, Lituania e Repubblica Ceca.

Alla presenza del responsabile territoriale dott. Pietro Cappellari, coadiuvato dal prof. Alberto Sulpizi e dall’assistente al palco Maria Raffaele i premi per l’ edizione 2014, davanti ad una piazza gremita da migliaia di persone e in diretta TV in tutta la regione Lazio, sono stati assegnati al Prof. Mimmo Pugliese (Anzio), al regista Carlo Cotti (Nettuno) ed alle sorelle Graziana e Lorenza Petriconi, Tridente d’oro speciale.

Queste le motivazioni che hanno portato ai riconoscimenti:

Mimmo Pugliese, frequenta l’Accademia di Belle Arti di Napoli,  facoltà di Scenografia, insegnante di Storia dell’arte, disegno,  storia del costume e teatro, ha ideato due tra le più longeve manifestazioni musicali di rilevanza nazionale, il premio Caruso per la diffusione dell’arte e della musica italiana nel mondo,  e Mare Musica,  rassegna per giovani talenti.

Carlo Cotti,  regista, frequenta la scuola di Strehler al Piccolo di Milano, partecipa al film   Rocco e i suoi fratelli,  e Risate di Gioia. Assistente alla regia con  Nanni Loy  nel film Le quattro giornate di Napoli.  Aiuto regista: con Zeffirelli, con John Huston, Alberto Lattuada. Negli anni ottanta lavora in Francia lanciando Kristin Scott Thomas,  (Il paziente ingleseQuattro matrimoni e un funerale ) nel  film Bille en tête. Docente universitario, ha  scelto Nettuno non solo come residenza, ma ne fatto la protagonista del film “Una voce di dentro, la voce del mare”,film su Anna Magnani, ambientato nella nostra città. Lorenza e Graziana Petriconi, hanno lavorato nel mondo dello spettacolo fin da giovanissime in Rai: Piacere  Rai 1 e   Domenica In,  quindi   Canale 5,  Sotto a Chi Tocca,  e   TMC … fino alla partecipazione al  recente Italia’s got  talent.  Ma la scelta vincente è quella   di dedicarsi anima e corpo all’insegnamento.  Una infinità di premi e riconoscimenti. Hanno  fondato nel 1999 il “Gruppo Folkloristico Città di Nettuno” che rappresenta ovunque la nostra città, ed hanno fatto conoscere  il costume e  la storia  nettunese nel mondo.

Lorenza e Graziana Petriconi, hanno lavorato nel mondo dello spettacolo fin da giovanissime con tanta passione, studio e sacrificio, sempre nel solco della professionalità e dell’eccellenza. In Rai (Piacere Rai 1 e   Domenica in),  quindi  Canale 5 (Sotto a chi tocca), ma anche programmi per TMC… fino alla partecipazione al recente Italia’s got talent. Ma la scelta vincente è quella di dedicarsi anima e corpo all’insegnamento.  Una infinità di premi e riconoscimenti, come a Londra, nella quale erano presenti le migliori scuole di danza d’Europa e dove partecipano grazie ad un curriculum di alto profilo che le ha già viste in passato trionfare in città come Praga, Parigi, Barcellona e New York. Per aver fondato nel 1999 il “Gruppo Folkloristico Città di Nettuno” che rappresenta ovunque la nostra città, ospite di grandi festival, in un continuo interscambio culturale tra l’Italia e l’Europa e per aver riscoperto e fatto conoscere il costume e la storia  nettunese.

Appuntamento al 2015 quando per la V edizione sarà anche pubblicato un opuscolo riassuntivo del lavoro finora svolto dall’Accademia sul nostro territorio.

 

Ufficio Stampa

ACCADEMIA DELIA

 

Apri il PDF “I Tridenti d’Oro alla Cultura 2014″

 

di Luciano Garibaldi

Da eroe di Verdun a imputato nella Norimberga francese. Ma certamente amò la sua patria non meno di Charles de Gaulle

 

petainVichy è una celebre cittadina termale nel cuore della Francia, a Sud di Parigi e a Ovest di Lione. Entrò nella storia allorché l’Assemblea nazionale (il Parlamento francese) la scelse quale sede del governo nella seduta del 10 luglio 1940, dopo l’occupazione di Parigi da parte dei tedeschi e la firma dell’armistizio nella foresta di Compiègne. Da quel giorno, Vichy è diventata sinonimo di «governo fantoccio», così come, nell’Italia della Repubblica sociale italiana di Mussolini, lo divenne Salò. Anche Salò, così come Vichy, era nulla più che una ridente cittadina di vacanze. Ma mentre Vichy fu espressamente scelta come sede del capo del governo (e poi dello Stato), maresciallo Pétain, Salò dovette la sua fama al fatto che vi si era trasferita l’agenzia di stampa Stefani (l’Ansa di allora), per cui tutte le notizie che pervenivano per telescrivente ai giornali erano datate Salò. In realtà, la Repubblica di Mussolini non ebbe mai una vera e propria capitale, essendo i ministeri dislocati in varie città (Brescia, Padova, Milano, e, prima della sua liberazione, o conquista, ad opera degli anglo-americani, il 4 giugno 1944, Roma) ed essendo Gardone la sede del capo dello Stato, cioé Mussolini. Al contrario, Vichy ospitava presidenza della Repubblica, Governo, ministeri e ambasciate. In ogni caso, «Repubblica di Vichy» e «Repubblica di Salò» rimangono sinonimo di due Stati privi di autentica sovranità, sottomessi alla potenza militare di Hitler.

Ma veniamo alla figura e all’opera di Pétain. Henri-Philippe Pétain nasce il 24 aprile 1856, quarto figlio di una pia famiglia contadina di Cauchy-à-la-Tour, nella regione del Pas-de-Calais, nel Nord della Francia. La madre muore di parto dando alla luce il quinto figlio, e Philippe cresce sotto l’influenza dello zio materno, l’abate Jean-Baptiste Legrand, che lo fa studiare nelle scuole cattoliche e poi lo avvia alla carriera militare.

Entra infatti all’accademia di Saint-Cyr nel 1876, 402esimo in graduatoria su 412 ammessi. Uscirà due anni dopo al 22esimo posto. Data da allora la sua attenzione per il soldato di truppa: «Non comandiamo dei soldati», dice, «ma degli uomini». Nel 1888 entra alla Scuola di Guerra e si qualifica con «bene». Nel 1900, Maggiore, è insegnante di tiro alla Scuola normale di Châlons-sur-Marne, ma entra in conflitto con un superiore, teorico dell’«ordine chiuso». Secondo Pétain, invece, «le pallottole uccidono» e i soldati dovrebbero agire in «ordine sparso» e curare la precisione di tiro. Viene sostituito e dal 1901 al 1907, insegnante alla scuola di guerra, è soprannominato «il principe che non ride». Si crea inimicizie tra gli apologeti dello slancio offensivo, sostenendo che «la volontà non basta, deve essere sostenuta dalla forza». Allo scoppio della Grande Guerra, con il grado di Colonnello facente funzione di Generale, comanda una Brigata durante la ritirata del 1914 e, allo stabilizzarsi del fronte, passa al comando di una Divisione. Nel 1915, Generale, è al comando di un Corpo d’Armata. Di fronte ai sanguinosi scacchi dell’offensiva nella Champagne, è amaramente ironico verso le velleità d’attacco dello Stato Maggiore, che lo considera «troppo sulla difensiva». Ottiene però notevoli successi difensivi a Reims e Arras.

Il 25 febbraio del 1916, comandante della seconda Armata di riserva, viene nominato dal capo dell’esercito, Joffre, alla guida del settore di Verdun, che è sotto un violento attacco tedesco. E qui «si valse la sua nobilitate». Durante la battaglia, Pétain chiede e ottiene lo sforzo supremo alla truppa con una frase diventata celebre, contenuta nell’ordine del 9 aprile alla Seconda Armata: «Courage, on les aura (coraggio, li avremo)». Ma quella frase celebre a lui attribuita è del suo vice, Serrigny. Anzi, il futuro Maresciallo, leggendola, protesta: «Questo non è francese corretto», ma Serrigny lo convince a non modificarla. Il segreto della vittoria di Verdun è il metodo di difesa organizzato da Pétain, poi mantenuto dal suo successore Nivelle. Per alleviare lo sforzo del singolo soldato, Pétain introduce il sistema del «tourniquet»: dei circa 330 battaglioni di fanteria dell’esercito francese del 1916, 259 passeranno a rotazione, per pochi giorni alla volta, nell’inferno di Verdun. La battaglia è un massacro: il primo luglio 1916, quando i tedeschi cessano gli attacchi, 350mila francesi e 400mila tedeschi sono morti su un fronte lungo quaranta chilometri e profondo al massimo dieci chilometri. Tutta la battaglia è costellata di episodi e luoghi saldi ancor oggi nella memoria dei francesi: la lotta per i forti di Douaumont, Vaux, la quota 304, limata da uno spaventoso bombardamento d’artiglieria, le creste de Le Mort Homme, la Côte du Poivre.

Ottenuta la Legion d’Onore, Pétain è chiamato al comando del Gruppo d’Armate centrale. Nell’aprile 1917, l’offensiva del generale Nivelle, che dovrebbe finalmente aprire una breccia nello schieramento tedesco, fallisce. I tedeschi bloccano i francesi con un devastante sbarramento d’artiglieria. E’ un massacro talmente grande che nella fanteria si scatena un’ondata di ribellioni. A Pétain viene affidato l’ingrato compito di reprimere la rivolta. Il generale è costretto a ordinare 54 esecuzioni.

Nel 1918 Pétain è a capo dell’esercito francese. Criticato dagli Alleati per il suo atteggiamento difensivo, risponde: «Io aspetto gli americani e i carri armati», americani e carri armati che arrivano nel maggio 1918 e contro i quali si infrangono le ultime offensive tedesche. Nell’estate 1918 inglesi, francesi e americani passano all’attacco, respingendo il nemico verso il Reno. Il giorno dell’armistizio, l’11 novembre 1918, un ordine del giorno appare sulla porta sbarrata del comando di Pétain: «Chiuso causa vittoria». E’ nominato Maresciallo di Francia e nel 1922 ispettore generale dell’esercito.

Nel 1925 è chiamato in Africa del Nord, dove reprime la rivolta marocchina nel Rif. Nel 1934 è ministro della Guerra. L’anno successivo è ambasciatore di Francia in Spagna. Ed è in questa veste che deve prendere atto – come tutti gli altri cittadini francesi – della dichiarazione di guerra presentata da Parigi, unitamente a Londra, alla Germania di Hitler che il 1° settembre 1939 ha invaso la Polonia. La sua avventura a capo del governo di Vichy sotto l’occupazione tedesca, ha inizio dopo la bruciante sconfitta che la Francia è obbligata a sottoscrivere a Compiègne il drammatico 22 giugno 1940. Mentre il generale Charles De Gaulle si ribella al governo che ha firmato l’armistizio e ripara in Gran Bretagna promettendo guerra ad oltranza alle truppe di Hitler, il capo del governo Paul Reynaud nomina Pétain suo vice e, poco dopo, si dimette, lasciandogli la carica di Primo Ministro. Da parte sua, il presidente della Repubblica, Albert Lebrun, gli concede i pieni poteri. Poi, il 18 aprile 1942, mentre in tutta la Francia infuria la guerra civile tra i soldati fedeli al governo e quelli che, divenuti partigiani, ubbidiscono a De Gaulle, Pétain assurge alla carica di capo dello Stato e affida la guida del governo a Pierre Laval.

Nulla di diverso da ciò che accadrà tra poco in Italia, spaccata in due: i fedeli all’alleato tedesco, e quelli che il tedesco lo odiano a morte. Ma la fine è ormai vicina. Incalzati dalle truppe alleate dopo lo sbarco in Normandia, i tedeschi rientrano in Germania. Pétain (in un certo senso il Mussolini bianco rosso e blu), è imprigionato e sottoposto a processo.

L’origine del processo a Pétain risale a un documento legale approvato il 3 settembre 1943 dal Comitato francese di liberazione nazionale. In questo testo, firmato da De Gaulle e dal generale Giraud, si dice che «Philippe Pétain e i suoi ministri sono colpevoli di tradimento per avere, il 22 giugno 1940, firmato un armistizio contro la volontà del popolo [...] la Germania restando ciononostante il nemico fino alla firma di un trattato di pace, la collaborazione con essa costituisce un altro aspetto di tradimento». In sostanza, i capi d’accusa si basano 1) sull’assunto dell’illegittimità del governo di Pétain nel firmare l’armistizio senza consultare il Parlamento; 2) nella situazione di armistizio (che non è pace), la collaborazione con i vincitori, in particolare nelle operazioni di polizia e con l’invio di lavoratori francesi in Germania, costituisce tradimento.

L’Alta Corte si mette al lavoro il 18 novembre 1944, il processo inizia il 23 luglio 1945. L’istruttoria è incompleta a causa della mole di documenti da consultare, ed è contestata sotto l’aspetto formale. Senza entrare nel merito delle questioni giuridiche, le ambiguità maggiori sono sulla legittimità o meno del regime di Vichy. Pétain aveva sospeso di fatto l’Assemblea nazionale, aveva modificato la Costituzione, ne aveva progettata una nuova. Per l’accusa, questo è tradimento; per la difesa, è stato necessario nella situazione di emergenza e, nelle parole di Pétain, «per evitare alla Francia quello che è capitato alla Polonia [nel 1939]». L’accusa fa propria la tesi di un complotto premeditato da parte di Pétain per rovesciare la Repubblica e sostituirla con un regime autoritario, e trasforma questa fase del dibattimento in un processo alla politica francese degli anni ‘30, ma non si riesce a dimostrare un’attiva partecipazione di Pétain a nessun movimento eversivo di destra.

L’accusa vince sul punto della collaborazione. Gli argomenti giuridici sono solidi. Collaborare in regime di armistizio col nemico è tradimento. La difesa cade definitivamente su un punto delicatissimo, la repressione della Resistenza. E’ una sequenza drammatica.

Il difensore di Pétain, Jacques Isorni, chiama il generale de Lanurien, appartenente alla cerchia militare del Maresciallo e suo fedele, sul banco dei testimoni. La prolissa deposizione di de Lanurien, oratore efficace, segue la linea difensiva del «male minore per la Francia». Ma un giurato chiede al generale di chiarire alla Corte il pensiero di Pétain sulla Resistenza. Si riferisce ad una lettera del 15 marzo 1944, scritta da de Lanurien a Pétain. Ne legge due frasi: «Bisogna che si chiarisca che è il capo dello Stato stesso, e non il capo del governo, che ha voluto, concepito e precipitato la repressione [...] il cui effetto benefico è stato immediato [...]; che sia ben chiaro che queste due azioni benefiche, quelle di Darnand e di Henriot [due collaborazionisti fascisti, responsabili della repressione, n.d.A.], debbano essere Vostra opera personale». Il giurato chiede a de Lanurien se nega quanto scritto. De Lanurien: «Non nego nulla, riprendo come conclusione la frase del Maresciallo: ‘Non ho mai combattuto la Resistenza, ho sempre combattuto il terrorismo’». Ma la voglia di vendetta dei vincitori è più forte di qualsiasi ragionamento. Il 15 agosto 1945 viene emessa la sentenza di morte, con 14 voti favorevoli e 13 contrari. Vista la tarda età dell’imputato, la pena è commutata in ergastolo. Il provvedimento è firmato da De Gaulle, allora capo del governo provvisorio. Pétain, ormai quasi completamente sordo e con la poca memoria rimastagli, viene portato al forte di Portalet, sull’isola di Yeu. Qui morirà il 23 luglio 1951, all’età di 95 anni.

L’imbroglio costituzionale
Come molti lettori del bollettino hanno notato, in questi ultimi numeri il CESI non ha trattato il problema della Riforma Costituzionale che l’attuale legislatura si è arbitrariamente assunta senza averne avuto alcun mandato dagli elettori. Già in passato il CESI aveva sostenuto la necessità che per attuare il cambio del sistema politico vigente, ossia del regime partitocratico, fosse necessario indire una Assemblea Costituente completamente separata da una “legislatura costituente”. Oggi dobbiamo prendere atto che sono diventati addirittura “costituenti” i parlamentari che non sono stati affatto eletti per svolgere questo compito.
Il Governo e le forze politiche che lo sostengono – PD, FI e NCD – dichiarano che entro luglio saranno varate decisive riforme che modificheranno l’assetto costituzionale italiano in maniera irrimediabilmente dannosa in quanto riguardante la composizione e l’attività del Parlamento (introduzione del Senato delle Autonomie), la radicalizzazione del nefasto regionalismo e, non da ultimo, una legge elettorale volta a travisare radicalmente la genuina espressione dei cittadini votanti.
Come abbiamo detto all’inizio, ci siamo astenuti dall’esprimere valutazioni perché i dibattiti in corso erano annebbiati da giornaliere modifiche nelle impostazioni non finalizzate alla costruzione costituzionale, ma piuttosto a precarie schermaglie tra le forze politiche in campo al solo scopo di conservare vantaggi di posizione. Ora però, che la Commissione Affari Costituzionali del Senato ha varato una proposta sostenuta dalla maggioranza e che sarà dibattuta nei prossimi giorni, intendiamo esprimerci in maniera più dettagliata appunto perché il bersaglio appare ormai ben individuato anche se potranno esservi marginali aggiustamenti.
Non possiamo comunque non sottolineare con estremo disagio come in Italia la forza nazionale e sociale di opposizione – che si è assunta il compito di ridare unità ed identità ben definita a quanti si sono perduti in una dispersione improduttiva – sia rimasta assente e sostanzialmente al rimorchio di un alibi, quello di un generico presidenzialismo, questione parziale rispetto al problema essenziale che è quello della mobilitazione per una nuova Costituzione che deve riguardare tutti i poteri dello Stato a cominciare soprattutto da quello legislativo.
A nessuno sfugge, infatti, che sostenere un generico “presidenzialismo” sia del tutto insufficiente per quanto riguarda la premessa essenziale. Innalzare soltanto questa bandiera – presidenzialismo vuol dire dare efficienza all’attività dell’”esecutivo” (termine che esprime, appunto, il concetto che deriva dal verbo “eseguire”, cioè fare quello che un Parlamento decide) – è poco significante e fuorviante rispetto alle necessità vere per tutta la società nazionale che sono quelle costituite dalla legiferazione di una Assemblea veramente rappresentativa delle idee espresse tramite i partiti e delle competenze espresse tramite le categorie della cultura e del lavoro. Soprattutto da essa discende la vera governabilità che attui l’uscita dalla crisi e il progresso civile del Paese.

SOMMARIO DI QUESTO NUMERO

L’equivoco percorso per modificare senza legittimazione popolare la Costituzione italiana
La presente legislatura si arroga arbitrariamente il diritto di essere costituente di Gaetano Rasi
1° – Delineata l’arbitraria e nefasta modifica costituzionale; 2° – Continua l’ipoteca regionalistica della Lega secessionistica; 3° – Gli istituti costituzionali strumentalizzati dalle precarie esigenze elettoralistiche. Permane il problema della delegittimazione della presente legislatura; 4° – Una bozza di legge elettorale antidemocratica e strumentalmente rinviata; 5° – Il decadimento del potere legislativo; 6° – Il Senato delle Autonomie è figlio del vergognoso e subdolo tradimento dell’art. 5 della Costituzione: unità ed indivisibilità della Repubblica; 7° – I componenti del Senato delle Autonomie inevitabilmente prigionieri dei localismi deleganti; 8° – Validità di un Parlamento bicamerale con funzioni distinte per ciascuna delle Assemblee.

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OPERAZIONE SALVATAGGIO

GLI EROI SCONOSCIUTI

CHE HANNO SALVATO

L’ARTE DALLE GUERRE

Il nuovo libro di Salvatore Giannella dopo “Voglia di cambiare”

Chiarelettere

(via Guerrazzi 9, Milano. Sito web: www.chiarelettere.it. Tel: 02.00649632.

Addetta stampa: Giulia Civiletti, mail: giulia.civiletti@chiarelettere.it

Salvatore Giannella, ex direttore del settimanale L’Europeo e del mensile Airone. “Operazione Salvataggio tratta le storie degli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre” (editore Chiarelettere). Nelle pagine iniziali si trova il capitolo “Il refuso ad arte del ministro Biggini”. Nel capitolo finale dedicato alle biografie dei protagonisti, vi sono altri cenni a Carlo Alberto Biggini

La Repubblica è finita, grazie anche ad una destra politica che tutto ha saputo fare meno che il suo mestiere. La Casta politica nonostante le “fiere parole” difende a “voto tratto” i propri privilegi.

Gli Italiani stanno affondando in una crisi economica, sociale e morale che non si vedeva da quasi cent’anni. Da otto anni siamo in guerra, una guerra economica voluta dal mondo anglosassone, creatura politica e militare di un sistema globalizzato, guidato e voluto dai centri economici delle grandi banche private.

Di fronte a tutto questo, gli Italiani non si ribellano, non scendono in piazza, preferiscono fare le fila per pagare le tasse, facendosi prestare dalle banche i soldi.

Prandelli dichiara che “la Patria ci guarda”. La nostra Nazione, come disse Churchill, affronta le guerre come una partita di calcio e le partite di calcio come una guerra.

La verità è che, nonostante si difenda il popolo e ad esso ci si richiami con politiche “populiste”, la democrazia parlamentare esprime in larga parte la mediocrità dell’elettorato, impedendo a chi ha le capacità di usarle al servizio della “res publica”.

Si continua a parlare di legislature costituenti, assemblee costituenti: tutto questo ricorda il conclave di Viterbo, durato oltre tre anni, e risolto grazie all’intervento deciso del Capitano del Popolo, in pratica l’esercito.

A questo va aggiunto il continuo arrivo di africani, mediorientali e profughi di ogni tipo, che usano l’Italia come terra di transito per l’Europa. Quella stessa Europa (Francia, Germania, Scandinavia) che, però, non li vuole.

“Il Re è nudo”. Renzi ha convinto i media che il suo vestito è bellissimo, quando in realtà non esiste e tutta la sua politica è vuota. Lui, vero erede di Berlusconi, sta portando il Paese verso un Principato “democratico” dal quale non si uscirà per anni …

Riusciremo a trovare il “bambino” che sveli alla gente l’inganno in atto?

Da ilfattobresciano.it

In Italia, si sa, spesso le buone azioni e gli atti di eroismo vengono insabbiati se a compierli sono i “cattivi” e non i “buoni”.

Questa è la storia di come si è evitata una strage che avrebbe ricordato quella avvenuta a Sant’Anna di Stazzema.

E’ il 1944, a Forno, un piccolo paese in provincia di Massa, la situazione sta per degenerare.
Il nostro testimone, Angelo Fialdini, è un sopravvissuto alla strage e per la prima volta racconta, in esclusiva per il Fatto Bresciano, come si sono svolti i fatti: ” I tedeschi erano a Massa e mai si sarebbero sognati di addentrarsi tra i monti per raggiungere il nostro paese, non ne avevano nessuna motivazione. I partigiani, però,  compirono un’azione di guerriglia lasciando cadere dal fianco della montagna un masso su una vettura tedesca, causando vittime tra i soldati nazisti”.
I tedeschi non vogliono lasciare impunita questa azione di rappresaglia, decidono quindi di invadere Forno per cercare i responsabili tra i partigiani che lì avevano trovato rifugio. A Forno c’era una caserma dei Carabinieri alla quale soprintendeva il maresciallo Ciro Siciliano che aveva permesso ai partigiani di nascondersi tra i boschi che circondavano il paese. I Carabinieri avrebbero dovuto denunciare la presenza di partigiani, ma il maresciallo Siciliano non lo fece. I tedeschi, per prima cosa, raggrupparono l’intero paese sulla sponda del fiume Frigido e rinchiusero i partigiani più giovani nella caserma con l’intenzione di deportarli in Germania. Gli altri partigiani, dopo essere stati catturati, vennero uniti al resto del paese in attesa di essere fucilati.
A Forno non c’erano solo partigiani, Carabinieri, donne e bambini, ma, come conferma Fialdini “anche membri delle brigate nere”. Quando questi ritornarono in paese e videro che cosa stava accadendo ai loro famigliari e compaesani, chiamarono immediatamente la caserma di Lucca dalla quale partì l’ordine di fermare subito le fucilazioni”. Non tutti gli abitanti purtroppo si salvarono: la notte del 13 giugno 1944 furono uccise 67 persone, tra cui il maresciallo Siciliano. “Pensavamo di morire, – dice Fialdini – sarò eternamente grato a quelle persone che hanno salvato la vita a me, ai miei fratelli e alla mia mamma. Mio padre era un membro delle Brigate Nere, ma ha compiuto insieme ai suoi compagni un atto di grande misericordia e meriterebbero un riconoscimento!”. La medaglia d’oro al merito civile è stata, però, attribuita al maresciallo Ciro Siciliano che, a differenza di quello che vogliono farci credere, non ebbe alcun ruolo nell’azione.
Fialdini ora vive a Brescia e tiene a precisare: ” Qualche anno fa ho potuto constatare che a Forno non sono l’unico a pensare che si debbano incolpare il maresciallo Siciliano e i partigiani per quello che è avvenuto, e che si debbano ringraziare gli uomini che hanno fatto quella telefonata a Lucca”. Questo dovrebbe far riflettere tutti noi: un colore politico non può essere associato a priori al bene o al male, al giusto o allo sbagliato.

 

In qualità di direttore responsabile della testata, sento l’obbligo di precisare che né la giornalista Panni, né nessun membro della redazione de il Fatto Bresciano, ha simpatie verso il fascismo e le sue ideologie. Tutti noi condanniamo qualsiasi forma di governo dittatoriale.
La scelta di pubblicare questo articolo risponde al diritto – e dovere – di cronaca.
Il direttore responsabile,
MS

Da Imolaoggi.it

“E’ giusto considerare anche gli aspetti poco noti, i lati bui, di un passaggio storico che viene valutato positivamente, come la liberazione dal nazi-fascismo. Fatti che hanno lasciato tracce profonde nei territori dove si sono verificati”. Così, Gigi Di Fiore, autore del saggio ‘Controstoria della liberazione’ (Rizzoli), inquadra criticamente il fenomeno delle cosiddette ‘marocchinate’: gli stupri di massa commessi 70 anni fa in Ciociaria dalle truppe coloniali nord-africane che combattevano con i francesci nelle forze alleate.

“La liberazione del Sud fu rapida ma si lasciò dietro stragi e crimini dimenticati. Le testimonianze raccontano che, alla vigilia della battaglia finale controi tedeschi, il generale Juin promise ‘carta bianca’ ai soldati marocchini in caso di successo. Avrebbero potuto comportarsi come vincitori sui vinti, contando sulla connivenza e i silenzi degli ufficiali francesi”. Così, la popolazione ciociara che aspettava gli americani liberatori, subì le violenze, gli stupri dei militari nord-africani.

“Ci fu una battaglia giuridica, ma le circa 60mila donne vittime di violenza – che causarono malattie e, soprattutto, fecero nascere figli indesiderati – ricevettero un risarcimento solo in alcuni casi, perché lo stupro non era considerato crimine di guerra. Poca cosa rispetto alla conseguenza che quelle violenze ebbero sulle loro vite, rovinate per sempre anche dal punto di vista sociale. Anche molti uomini che cercarono di difenderle furono uccisi o stuprati“, spiega Di Fiore.

Uno dei comuni più colpiti dalle ‘marocchinate’ fu Esperia, in provincia di Frosinone, proprio per questo medaglia d’oro al merito civile dal 2004. “Per noi il 17 maggio è il Giorno della memoria. Nel ’44 fummo liberati dai nazi-fascisti ma poi subimmo violenze dai cosiddetti liberatori”, spiega il sindaco Giuseppe Moretti. “Abbiamo 700 casi di stupri conclamati, anche di anziani e bambini. Un parroco, don Alberto Terilli, che aveva tentato di salvare alcune donne, morì proprio in seguito alle violenze sessuali subite. Sono fatti all’inizio rimossi, di cui si iniziò a parlare solo vent’anni dopo la fine della guerra”.

“I silenzi furono causati da ragioni di stato. L’Italia doveva farsi perdonare il peccato originale dell’alleanza con i nazisti per essere riamessa nel consesso internazionale. E fare queste denunce non era opportuno”, spiega Di Fiore. “Ci furono anche polemiche che investirono L’Osservatore Romano che dal Vaticano denunciò queste vicende e fu zittito dalla stampa degli alleati“.

“Oggi – conclude il sindaco di Esperia – insegnamo ai nostri giovani la memoria di queste vicende, perché non si ripetano, ma anche soprattutto per evitare che i ricordi si trasformino in risentimento per i tanti nord-africani che vivono in Italia. Anzi, ospitiamo da noi famiglie marocchine proprio per educare alla fratellanza”.

(Fabio Colagrande) radiovaticana

L’inversione dei termini riguardanti i veri portatori del progresso civile
Non si dice certamente qualcosa di nuovo quando si afferma che il futuro ha le sue basi in quello che è stato il passato. Tuttavia è necessario che di questo passato venga selezionato ciò che effettivamente rappresentava la valida premessa per uno svolgimento costruttivo dell’avvenire e ciò che invece rappresentava soltanto un tentativo di mantenersi un ruolo di fronte a situazioni politiche e sociali cambiate dopo una forte evoluzione.
L’occasione di identificare l’azione politica caratterizzante quanto sopra viene dalla concomitanza di due anniversari: quella del centenario della nascita (1914) di Giorgio Almirante e il trentennale dalla morte (1984) di Enrico Berlinguer. Si tratta di personaggi che agivano sulla base di concezioni diametralmente opposte e che, nella valutazione storica che già si può dare, il primo, ossia Almirante, sta sul fronte dell’innovazione, mentre il secondo, ossia Berlinguer, in quello della conservazione.
Tutto questo contraddice la “religione”dell’intellettualità cosiddetta progressista per la quale, solo militando a sinistra, si può costruire un futuro di avanzamento civile, mentre militando a destra, si intende mantenere condizioni socialmente conservatrici e di mera difesa dei vantaggi esistenti. Tale impostazione appare indubbiamente superata spesso proprio dall’area di coloro che in passato hanno militato a sinistra così come pur usando il termine destra – per una pigrizia di consuetudine schematizzante – la vera spinta innovatrice e sostanzialmente rivoluzionaria ha i contenuti diversi da una filosofia grettamente conservatrice.
Pubblichiamo qui di seguito questo saggio dal quale si rileva, appunto, addirittura l’inversione nell’attribuzione delle qualifiche innovatrici provenienti da “sinistra” e di quelle conservatrici provenienti dalla “destra”. È un altro aspetto per considerare obsoleti i due termini e far appello a tutti coloro che, qualsiasi provenienza abbiano avuto, sentano il bisogno di riconsiderare le vere radici dalle quali far derivare un futuro di vero progresso civile.(g.r.).

SOMMARIO DI QUESTO NUMERO

- Anniversari che obbligano a ragionare su ciò che è vero cambiamento e ciò che è miope conservazione Almirante e Berlinguer di Gaetano Rasi
1° – Posizione di ciascuno rispetto alla provenienza e ai successivi svolgimenti; 2° – La formazione culturale ed ideologica dei due esponenti politici; 3° – La concezione della democrazia e l’intento modificativo del sistema liberalcapitalistico; 4° – L’evoluzione dell’azione politica dei due leader; 5° – Le diverse concezioni degli obiettivi nella vita politica. Il “compromesso” di Berlinguer e l’”alternativa” di Almirante; 6° – La distorsione strumentale del significato dei termini politici; 7° – Per Reichlin è necessaria una nuova “rivoluzione italiana”, ma la limita ad un mero “patto (contratto!) sociale”; 8° – Per Almirante: una politica di pacificazione fra gli italiani e non mero riformismo, bensì rifondazione costituzionale dello Stato partecipato dai cittadini.

- Il nuovo libro di Mario Bozzi Sentieri.“La destra nel labirinto. Cronache da un anno terribile”

- Riflessioni da parte di un lettore intellettualmente attrezzato. Il libro di Mario Bozzi Sentieri scuoterà un certo mondo politico? di Vincenzo Pacifici

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