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da Il Giornale d’Italia

Carlo Alberto Biggini è come un ponte tra l’epoca passata e quella rispetto a lui futura, e per noi contemporanea

In quanto dice Biggini nell’anno XX, di cui abbiamo cominciato a parlare la scorsa settimana, possiamo trovare argomentazioni e riflessioni di intensità notevole. Si richiama, Biggini, a scritti e vicende di venti anni antecedenti  e punta l’attenzione su certi scritti e su certe parole di Mussolini, che ancora oggi costituiscono effettivamente una base di riflessione di rilevanza essenziale. Oggi, ancora, Biggini ci consente di comprendere assai precisamente molti aspetti di questo spicchio di storia, troppo spesso banalizzato nel corso degli ultimi settant’anni e poco più. Richiama tra l’altro, Biggini, quanto scrive Benito il 12 febbraio del 1922 sul Popolo d’Italia. Il volume che ci consegna quanto il Ministro dell’Educazione Nazionale disse, riferisce, tra l’altro, quanto segue: “La parte migliore della Nazione – scrive appunto Mussolini – non va a sinistra, ma a destra, verso l’ordine, le gerarchie, la disciplina. Da tre anni chiede un governo e non lo ha. Il governo non c’è. La crisi attuale mostra l’incapacità della Camera a dar un governo alla nazione. Può essere che il grido di Bologna diventi, domani, il coro formidabile di tutta la Nazione”. Il “coro di Bologna”, ci spiega ancora Biggini, è “viva la dittatura”. Ora, a prescindere dal fatto che di acqua sotto i ponti, da allora, ne è passata un bel po’; a prescindere dal fatto che le condizioni storiche, sociali, economiche, finanche culturali sono profondamente mutate (e non so fino a che punto sia un bene); a prescindere dal fatto che lo stesso Mussolini, se fosse qui oggi, sarebbe perfettamente conscio che la sua azione politica andrebbe improntata a criteri diversi da allora, per molte evidenti ragioni; a prescindere però da tutto questo: ma quanto sono attuali, le sue parole? Perché Biggini le riporta, vent’anni dopo? E perché ci sembra che siano state dette, o scritte, oggi, e non quasi cento anni fa? Perché Biggini si rende perfettamente conto che quelle parole sono valide, ancora, vent’anni dopo essere state vergate. Guardate, vi dico una cosa: Carlo Alberto Biggini è stato uomo di somma intelligenza, è stato un precursore dei tempi, sembra che la sua voce ancora oggi risuoni nelle orecchie di chi lo sa ascoltare. Pensate se Biggini, o Mussolini, fossero nostri contemporanei: quale Stato, avremmo! Quale rispetto, otterremmo anche oltreconfine! Uomini così sarebbero capaci di incastonarsi perfettamente in questa epoca, saprebbero dove mettere le mani per risollevare le sorti della Nazione. Sentite qua cosa scrive ancora Biggini: “Nella incapacità e bassezza parlamentare di tutti i vecchi partiti, il commento mussoliniano al grido delle moltitudini dava nuovi motivi alla fase romantica eroica della insurrezione armata contro una classe politica inetta e corrotta. ‘Non un ministero, ma un governo’, dirà poi il Duce assumendo il potere, mentre si apprestava a dare fondamento, vita, struttura a una nuova concezione e realtà dello Stato”. Attuale, attualissimo! Ma ancora: “Sempre nel febbraio 1922 si ebbe un convegno a Roma fra la direzione del Partito e il comitato centrale provvisorio delle corporazioni sindacali e nell’aprile 1922 nacque ‘Il Lavoro d’Italia’, diretto da Rossoni, il quale, nell’appello ai lavoratori italiani scriveva: ‘il sindacalismo nazionale ricomincia daccapo la riorganizzazione degli italiani di tutte le professioni e d’una sola fede in un quadro grandioso di educazione politica, di capacità produttiva, di coscienza e disciplina nazionale”. Ricordate Edmondo Rossoni, non è vero? Ne abbiamo parlato in più di una circostanza. Guardate che il Fascismo non si può comprendere se non si comprende che esso fu composto da vari e numerosi umori, da mille anime, e credete a me, Rossoni è una di queste: parliamo di personaggi che non si possono non conoscere. “E Mussolini salutava il nuovo giornale affermando che Popolo d’Italia e Lavoro d’Italia vivranno fusi insieme ‘contro tutti i parassitismi della politica e dell’economia’ e che il fascismo si rivolgeva ‘alle nuove masse dei lavoratori del braccio e del pensiero per elevarne le condizioni e legarli sempre più intimamente alla vita ed alla storia della nazione’. Difatti, mentre nuove e vaste categorie di popolo accorrevano al fascismo e alle organizzazioni sindacali nazionali, il

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movimento desiderava le occasioni per sostituirsi al governo, quasi essere governo, per sostituirsi allo Stato, quasi essere Stato, specie dove le conseguenze della debolezza, della assenza, della precarietà dello Stato liberale-socialista potevano essere più gravi”. Notate bene, Biggini sottolinea l’assenza, la precarietà dello Stato. Ecco, ancora una volta egli sceglie di focalizzare l’attenzione su una problematica che, se ormai – all’epoca in cui egli parla – è vecchia di due decenni, essa oggi torna di estrema attualità. Si pone, insomma, Biggini – e non credo inconsapevolmente, a mio modo di vedere, anzi – quasi come un ponte tra l’epoca passata e quella rispetto a lui futura (e per noi contemporanea). Sembra quasi – e forse è davvero così – che egli parli a noi, oggi. Proprio oggi, qui e ora.

Quel Fascismo “finemente politico e audacemente combattivo”

I Fascisti, “nuovo e stupendo esempio di disciplina, di organizzazione e di capacità rivoluzionaria”

Dicevo che le problematiche che Biggini ripropone in quell’anno XX dell’Era Fascista somigliano moltissimo alle nostre di oggi. E se pensiamo che il 12 maggio del ’22 “cinquantamila fascisti – sono ancora parole di Biggini – delle organizzazioni di combattimento e di quelle sindacali, affluendo da tutte le strade, a piedi, in bicicletta, su autocarri, entro barconi fluviali, occupavano militarmente, offrendo un nuovo e stupendo esempio di disciplina, di organizzazione e di capacità rivoluzionaria, la città di Ferrara: l’occupazione durò fino al 14 maggio. È un nuovo tipo di sciopero – dice Biggini, e leggete attentamente – uno sciopero fascista: non cercano sussidi, ma lavoro, vogliono l’esecuzione di opere già deliberate, si sostituiscono alla lentezza, alla incapacità del governo. E sul Popolo d’Italia Mussolini scriveva, in proposito, che la manifestazione non aveva scopo sovversivo, ma si prefiggeva un obbiettivo di ordine immediato, la sollecita esecuzione di un piano di opere pubbliche, già deciso ed approvato dalle competenti autorità, allo scopo di alleviare la grave disoccupazione, che tormentava le masse del ferrarese”.

Non ditemi che tutto questo non vi sembra la fotografia del nostro tempo, tale e quale, in tutta la sua drammaticità. Oh, si, che è così. Ma Biggini fa di più, per noi. Si, per noi, per gli uomini di oggi, per quelli – almeno – che vogliono la verità e la giustizia, quelli che esigono un giudizio storico corretto ed equo. Lui ci fornisce altri elementi su cui riflettere, e ci fornisce i mezzi per contrastare le illazioni di oggi contro il Fascismo. Sembra davvero, leggendo le pagine che ho sotto gli occhi, che egli si rivolga a noi, che a noi voglia dire qualcosa, oggi, settantuno anni dopo la sua misteriosa morte. Leggete: “Due settimane dopo, dal 31 maggio al 2 giugno, avviene l’occupazione militare di Bologna: in seguito ad atti di sangue, in Bologna, e in provincia, in seguito ad atti di repressione contro fascisti da parte delle autorità locali, si ha il sospetto che il governo, d’accordo con gli stessi partiti sovversivi, voglia abbattere l’organizzazione politica e sindacale fascista, quel fascismo padano che faceva paura perché finemente politico e audacemente combattivo. I fasci sono mobilitati, tutti i poteri dei direttori passano ai comitati d’azione, Michele Bianchi, segretario del Partito, trasferisce la sua sede a Bologna, giungono squadre dal ferrarese, dal modenese, dal Veneto. Sono oltre diecimila uomini che si concentrano in Bologna: bivacchi sotto i portici, ronde notturne, sveglia, rancio, nuovo esempio della forza rivoluzionaria della organizzazione politico-militare fascista, pronta, audace, disciplinata”. Sappiamo cosa fece poi Mussolini, per far rientrare nell’alveo dell’ordine auspicato, le camicie nere: l’istituzione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, l’organizzazione per lo squadrismo, insomma, e ne abbiamo già parlato. Ma qui ora si pone una questione, che Biggini dunque affronta, inevitabilmente: “Restaurare o sovvertire lo Stato?”. Questo si domandava la gente, dice Biggini, “quello Stato “sempre più impotente ed inesistente nella instabilità parlamentare dei suoi governi e privo di forza morale”. È l’argomento del nostro appuntamento di domani.

emoriconi@ilgiornaleditalia.org

Emma Moriconi

 

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