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70° Anniversario della morte di Carlo Alberto Biggini.

“LA RIVOLUZIONE COSTITUZIONALE”
L’UOMO IL PROFESSORE IL POLITICO

 

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manifesto

 1Carlo Alberto Biggini, dal Diario 1943

 

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Rassegna stampa Convegno 70° Anniversario

 

Opinioni a confronto dopo il convegno tenutosi a Sarzana nei giorni scorsi

 

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Un convegno dal titolo “Carlo Alberto Biggini. La rivoluzione costituzionale. L’uomo, il professore, il politico”, tenutosi nei giorni scorsi a Sarzana, fa discutere. Di Carlo Alberto Biggini abbiamo parlato spesso e il lettore è ben conscio di quale spessore abbia avuto questo professore e uomo delle Istituzioni, che fu Magnifico Rettore all’Università di Pisa e Ministro dell’Educazione Nazionale sia durante il Fascismo che nella Rsi. Secondo Giorgio Pagano, invece, si è “commemorato un gerarca fascista”: l’ex sindaco della Spezia si è anche sentito in diritto di accusare i relatori di aver “manipolato la storia”, definendo Biggini “corresponsabile degli eccidi nazifascisti”. Quanto a “manipolazione della storia” moltissimi ci sarebbe da argomentare, almeno bisognerebbe sottolineare come sia abitudine consolidata ormai da circa sette decenni, abitudine che appartiene – ed è un dato di fatto – non certo ai relatori del convegno in oggetto. A Pagano ha risposto lo storico e saggista Luciano Garibaldi, che sull’argomento ha pochi rivali. “Quali le pezze d’appoggio di Pagano per così gravi accuse?” si chiede Garibaldi nella lettera aperta inviata alla redazione del giornale. E continua: “Alcuni articoli del progetto di Costituzione della RSI redatto da Biggini su incarico di Benito Mussolini e peraltro mai realizzatosi. Da dove, l’illustre ex sindaco spezzino, ha tratto le informazioni? Dal mio libro «Mussolini e il Professore», pubblicato da Mursia nel 1983 e contenente il progetto di Costituzione della RSI, da me ritrovato dopo 40 anni. Si dà però il caso che il dottor Pagano abbia accuratamente evitato di citare ciò che scrissi per spiegare il perché di quegli articoli. Ovvero il capitolo che intitolai “Un virus nel sangue degli italiani». Gli rinfresco la memoria”, dice ancora. E così spiega che tre articoli del progetto di Costituzione di Biggini contenevano norme di discriminazione razziale, il 73, che prevedeva il divieto di matrimonio tra cittadini italiani e “sudditi di razza ebraica”, e una “speciale disciplina” per i matrimoni tra cittadini italiani “sudditi di altre razze o stranieri”. L’89, che stabiliva che la cittadinanza non avrebbe potuto essere acquisita da “appartenenti alla razza ebraica e a razze di colore”. Il 90, che precisava che tali sudditi avrebbero goduto dei diritti civili ma non di quelli politici: non avrebbero potuto “servire l’Italia in armi”, né svolgere attività “culturali ed economiche” che presentassero un interesse pubblico. E poi racconta all’ex sindaco di come Biggini fosse tutt’altro che antisemita: andò ad abitare in quattro stanze ammobiliate in un palazzo di proprietà di una famiglia israelita e impedì che i suoi beni venissero confiscati, in quella casa trovarono rifugio decine di ebrei e in un messaggio fatto pervenire al suo avvocato gli chiedeva di portare, quali suoi testimoni al processo che avrebbe dovuto subire in quanto ex ministro di Salò, proprio molti ebrei. E poi recrimina all’ex sindaco di aver dimenticato di parlare, piuttosto, della parte centrale del progetto costituzionale di Biggini, relativa al lavoro e ai mezzi per sopraffare la disoccupazione giovanile.
Ciò che vale la pena evidenziare è che quel processo a Biggini non si tenne mai. Carlo Alberto Biggini morì in circostanze misteriose, e dietro quella morte oscura si celano probabilmente tante verità che sono state sepolte insieme a lui. Ma su questo l’ex sindaco della Spezia non si è fatto molte domande, evidentemente.
Emma Moriconi

 

http://www.ilgiornaleditalia.org/news/la-nostra-storia/872155/Biggini–botta-e-risposta-tra.html

 

 

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Discorso "Agli Uomini di Scuola" 1943

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Comizio di Biggini ad Asti in piazza S.Secondo

 

Importante discorso tenuto alla radio da S.E. Ministro dell’Educazione Nazionale Prof. C.A. Biggini “Agli Uomini di Scuola” 1943.

In questo discorso il Ministro immagina cosa potrà succedere alla scuola Italiana nei successivi decenni.

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Biografia

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- 9 Dicembre 1902 nasce a Sarzana

·  Luglio 1921 consegue la maturità classica al Liceo “Andrea Doria” di Genova

·  1926-27: collabora a “Pietre” l’ultima rivista antifascista d’Italia

·  1 maggio 1928: si iscrive al PNF

·  12 novembre 1928: si laurea in giurisprudenza a Genova con 110, lode e dignità di stampa

 CONTINUA

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Biografia a cura di D. Veneruso

A cura di D. Veneruso – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 10 (1968) – Treccani

Nato a Sarzana il 9 dic. 1902 da Ugo e da Maria Accorsi, iniziò gli studi liceali presso il liceo Doria a Genova, interrompendoli per obblighi militari (1922-1924).

Nell’ottobre del 1920 aderì alle avanguardie giovanili del fascio di quella città, e nell’aprile 1925 diede la sua adesione al manifesto degli intellettuali fascisti. Ma quasi subito si distaccò dal fascismo militante, al quale non si riaccostò che verso il 1926-1927, quando già frequentava la facoltà di giurisprudenza dell’università di Genova, dove si laureò nel 1928. In sostanza, la partecipazione del B. alla lotta politica, almeno fino al 1927, avvenne sotto il segno delle posizioni gentiliane e della costante preoccupazione di conservare un contatto e di aprire un colloquio con le forze non allineate al fascismo in nome delle comuni tradizioni culturali.

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Blog - Ultimi articoli

Tratto da intravino.com

Ricorre oggi – giovedì 8 settembre – l’86esimo compleanno di Beppe Colla. A stare bassi un patriarca, un’autentica pietra miliare dei vini di Langa. Per motivi di lavoro ieri sono stato da Poderi Colla a San Rocco Seno d’Elvio e arrivo subito al dunque: incontrare Beppe Colla, suo fratello Tino, la figlia Federica e il nipote Pietro – che adesso fa il vino – è stata senza ombra di dubbio l’esperienza più onnicomprensiva di questi miei cinque anni in Langa. Mentre lo penso sorrido e mi incazzo un po’ per esserci arrivato solo ora, dopo aver letto centinaia di simpatici e adoranti articoli su personaggi importanti della zona che, nessuno me ne voglia, a Beppe Colla non arrivano nemmeno a legare le scarpe.

Alessandro Masnaghetti di lui ha scritto, in calce al video che trovate alla fine del post (un documento irripetibile perché gli anni passano per tutti): “Beppe Colla è uno degli ultimi veri testimoni della storia enoica di Langa; diplomato nel 1949 (anno di nascita del fratello Tino, ndr) alla Scuola Enologica di Alba, è stato l’anima e artefice dei vini Prunotto dal 1956 al 1990. Precursore della vinificazione dei vini di Langa per singolo vigneto con il suo Barolo Bussia 1961, ha fondato nel 1967 insieme a Luciano De Giacomi e Renato Ratti l’Ordine dei Cavalieri del tartufo e dei vini di Langa di cui è stato anche Gran Maestro. Agli inizi degli anni ’60 ha contribuito alla stesura dei disciplinari di produzione delle denominazioni albesi”.

Dopo un giro tra le vigne a qualche fetta di formaggio, quando verso le sette di sera Federica ha accompagnato il papà a casa, Tino è andato a ripescare da qualche parte una valigetta con dentro documenti da pelle d’oca. Perché in Langa funziona così, sono diesel: partono piano – per quanto Tino sia un bel chiacchierone – ma quando attaccano non si fermano più. Siamo partiti dalla storia recente sfogliando il volume Barbaresco MGA di Alessandro Masnaghetti (che queste zone qui le conosce meglio di chi ci vive da una vita, col metodo dell’ingegnere applicato al serial killer di vigna) e siamo arrivati ovunque. Tipo a come venne prodotto l’alcol che sarebbe finito nei primi Ferrero Rocher sperimentati da Michele Ferrero nel 1956. Vieni qui a parlare di vino e in un attimo ascolti di Beppe e Michele che partivano per Milano dove avrebbero comprato alcol e zucchero al mercato.

da Il Giornale d’Italia

All’insegnante è riservato il compito di dimostrare che le grandi parole di patria, di giustizia, di dovere, di onore, di sacrificio, di eroismo non sono parole vane.

“Non so quanto e come furono allora intese queste mie parole, ma l’attuale disorientamento, spiegabile in parte con la gravità degli errori commessi il 25 luglio e l’8 settembre, quando fu consumato un delitto di lesa Patria, e furono compiuti atti di incosciente suicida follia, esige non solo che mi rivolga ancora al vostro cuore e al vostro intelletto, ma anche che la Scuola segua nella formazione morale, civile e guerriera del cittadino la più rigorosa unità di criteri direttivi e didattici. La responsabilità dell’insegnante nell’ora presente è così alta che qualunque esitazione, ogni parola men che meditata, sentita, adatta, e soprattutto non  nata in quel clima di comunione spirituale ch’essi devono creare nella scuola, equivale all’abbandono di posto di fronte al nemico. Non sentire o trascurare o soffocare le grandi, genuine, intatte forze in mezzo alle quali essi hanno liberamente scelto di operare, dimenticare la preziosa azione che dalla scuola si propaga nelle famiglie, in tutte le categorie sociali, andrebbe considerato alla stregua d’un tradimento”.

È Carlo Alberto Biggini che parla, e parla agli “educatori italiani”, agli “uomini della scuola”. Si tratta di un documento importante, e le parole di Biggini vanno riproposte, perché in esse si trova la spiritualità, e anche la praticità invero, ma anche perché sono lo specchio di un’epoca, da un’angolazione che generalmente non viene raccontata, e che invece è essenziale conoscere e tramandare.

“Un occhio fattosi più acuto e più paterno non dovrà ignorare che il fanciullo, l’adolescente, il giovane non sono ancora così compiutamente uomini, da non essere turbati e sconvolti da una tempesta, che prova durissimamente gli stessi uomini, padroni di sé e già in possesso di tutte le loro forze. All’insegnante è riservato il compito di dimostrare che le grandi parole di patria, di giustizia, di dovere, di onore, di sacrificio, di eroismo non sono parole vane. Se è vero che le persone per cui soffriamo ci diventano sempre più care, tutte le nostre sofferenze per la Patria faranno aumentare il nostro amore per l’Italia. Che tutti amino la Patria 5dolorante in concordia di animi: tale concordia stringerà la nazione sin nel profondo. E la nazione unita si convincerà che solo la lotta e il combattimento potranno ridarci la salvezza. Una seria e vera educazione nazionale potrà ridare agl’Italiani la coscienza dei loro doveri, rieducare il nostro popolo ad una disciplina, che ha le sue radici nelle supreme esigenze della vita collettiva. Se l’Italia perderà la propria indipendenza, e con la vittoria anglo-russo-americana la perderà sicuramente, essa perderà del pari la possibilità d’intervenire attivamente nel corso degli eventi interni ed internazionali e di determinare il contenuto della propria azione politica”.

Infausto vaticinio, si potrebbe dire. Eppure quanto ha ragione, Biggini. Profetico.

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da Il Giornale d’Italia

L’azione di Mussolini, dalla costituzione dei Fasci alla Marcia su Roma, dallo Stato Corporativo alla Guerra d’Africa, dalle sanzioni alla Guerra di Spagna

Nell’ultima puntata del nostro speciale dedicato al pensiero di Carlo Alberto Biggini abbiamo parlato di libertà e di solidarietà, cercando di argomentare sul tema complesso della libertà. Riprendiamo da lì, e parliamo dunque, per agganciarci a quanto trattato la scorsa settimana, di solidarietà. Oggi il concetto di solidarietà si confonde con quello di pietismo, che non è la stessa cosa.

Solidarietà è intima condivisione, solidarietà è partecipazione, è sostegno prima di tutto morale, spirituale, intimo. Solidarietà non è, tanto per fare un esempio, accoglienza incondizionata del profugo che cerca ospitalità. Quel profugo, se è vero che è un fratello in difficoltà, occorre essere in grado di accoglierlo. E se non si è in grado, questa accoglienza è pietismo, non solidarietà. Si tratta solo di un esempio, che si incastra nell’epoca odierna, ovviamente. Facendo le dovute proporzioni, in questo senso proviamo a leggere le parole di Biggini: “Ed il Fascismo realizza la sua concezione politico-rivoluzionaria nell’ordine spirituale, risvegliando nel popolo il sentimento del dovere, della lotta, del sacrificio, l’abitudine alla disciplina, il senso dell’obbedienza, l’idea della subordinazione dell’individuo allo Stato, della solidarietà, della collaborazione: nell’ordine politico e giuridico creando, sulle rovine dello Stato individualista liberale e democratico, sulle rovine dello Stato

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collettivista socialista e comunista, lo Stato Corporativo Fascista”. E infatti il paragrafo successivo del nostro libro si intitola “Lo

Stato premessa fondamentale di civiltà”. Leggiamo insieme: “La Rivoluzione delle Camicie Nere, fondata sull’eroismo e sul martirio, scese in campo per salvare i principi, le forze, le tradizioni, l’avvenire dello Stato, onde crearne uno nuovo: e ciò perché Mussolini, fin dalle origini del movimento, ha valutato il problema dello Stato come premessa fondamentale di ogni processo di civiltà, come condizione essenziale nella vita dei popoli, come punto di partenza verso l’organizzazione di un nuovo ordine internazionale.

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da Il Giornale d’Italia

Nella posizione di “Stato e anti-Stato – dice Biggini – è racchiuso gran parte del travaglio storico della Rivoluzione delle Camicie Nere”

Insomma: “il Fascismo vuole restaurare o sovvertire lo Stato?”. È l’interrogativo sul quale ci siamo lasciati ieri. Un interrogativo che viene esaminato da Biggini, che si richiama ancora una volta a Mussolini. Vediamo: “Interrogativi – dice il ministro – che raccoglieva appunto Mussolini in Gerarchia, precisandoli: è ordine o disordine? Si può essere o non essere? Si può essere conservatori e sovversivi al tempo stesso? Come intende uscire il fascismo da circolo vizioso di questa sua paradossale contraddizione? E rispondeva: il Fascismo è già uscito da questa contraddizione perché la contraddizione che gli viene imputata non esiste, è semplicemente apparente, non sostanziale. E così rispondendo aveva  modo di precisare, per la prima volta, la concezione fascista dello Stato nel suo significato universale e rivoluzionario e nel suo aspetto particolare come Stato italiano. Quella concezione che avrà poi da Lui ampi profondi originali sviluppi in tutti i suoi scritti e discorsi e, in modo speciale, nella sua dottrina fascista”. Dice poi Biggini che per comprendere compiutamente il pensiero di Mussolini occorre chiarire questa posizione di “Stato e anti-Stato”, nella quale “è racchiuso gran parte del travaglio storico della Rivoluzione delle Camicie Nere”, e precisa che “senza tale intelligenza non è possibile avvicinarci alla realtà dello Stato fascista, alla concezione mussoliniana dello Stato”.

Credete a me, in un Paese normale questo straordinario personaggio che risponde al nome di Carlo Alberto Biggini, e pure lo stesso Mussolini, figurerebbero non solo tra i maggiori statisti, ma anche tra i grandi filosofi del Novecento. Il pensiero di costoro sarebbe oggetto di studio sin dalle scuole medie, volumi e volumi dedicati al loro pensiero campeggerebbero nelle biblioteche di ciascuno, rientrerebbero a pieno titolo tra i pensatori dell’epoca moderna. Ma la miopia storica è un male che porta frutti malsani, e la prova sta nell’ignoranza diffusa sul tema, nel pressapochismo che caratterizza il nostro tempo, nella superficialità e nella banalizzazione di cui il mondo attuale è vittima. Ecco perché dobbiamo sapere, e, sapendo, rispondere all’ignoranza e alla malafede con la consapevolezza e la buona fede. Viceversa significherebbe rinunciare all’eredità che questi uomini ci hanno consegnata insieme al loro sangue. Dunque leggiamo ancora insieme quanto ci ha consegnato Biggini, e facciamone buon uso: “Mussolini chiarendo tale antitesi – continua – apparente e non sostanziale, si poneva sul terreno della teoria generale dello Stato, portava un contributo originale ad uno dei più ardui problemi della scienza politica e giuridica. Senza entrare nelle controversie sul cosiddetto governo legittimo, sul diritto alla resistenza collettiva o alla rivoluzione, su l’origine e la giustificazione della sovranità, argomenti che non sono indifferenti, ma che includeremo da un punto di vista più profondo e sostanziale, è certo che la trasformazione fascista, dal vecchio al nuovo ordinamento dello Stato, è avvenuta rivoluzionariamente, anche se gradualmente, perché tale trasformazione ha investito l’ordinamento liberale democratico nel suo fondamento e nella sua struttura, ossia nei suoi principi e in molti dei suoi istituti costituzionali, perché tale trasformazione è congiunta alla vita e alla attività di organismi di fatto divenuti poi organismi di diritto, perché tutta una nuova concezione etico-storico-politica dello Stato è venuta affermandosi e traducendosi in forme giuridiche, perché, infine, tale trasformazione riposa sul principio della ‘rivoluzione continua’, che ha, non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello giuridico, un particolare e rilevante significato da non potersi trascurare per la retta interpretazione e ricostruzione del sistema statale fascista”.

Politico e giuridico, dice Biggini. Due aspetti essenziali della Rivoluzione Fascista, imprescindibili se la si vuole comprendere senza paraocchi. E infatti a seguire parla dello Stato come animatore del diritto positivo: “Si usa dire – sono ancora parole di Biggini – che se un movimento politico, se una rivoluzione, riesce al suo scopo e dà vita ad un nuovo ordinamento statale, essendosi estinto l’ordinamento secondo le cui norme di poteva giudicare, manca un ordinamento positivo, dato che il nuovo ordinamento instauratori non può essere assunto per risolvere il problema, alla cui stregua valutare i fatti e gli atti nei quali si è realizzato il procedimento dell’instaurazione. Ma l’affermazione di Mussolini contiene implicitamente il concetto che il diritto è un elemento

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così essenziale dello Stato, che l’uno non può concepirsi senza l’altro. Ecco perché, chiedendosi in questo scritto, che cosa è lo Stato, non lo soddisfa pienamente uno degli stessi postulati programmatici del Fascismo, in cui lo Stato veniva definito ‘come l’incarnazione giuridica della Nazione’. Lo Stato, soprattutto lo Stato moderno, è anche questo, ma non è soltanto questo”. Ora attenzione: “Questa affermazione – dice Biggini – importa che si debba riconoscere qualità ed efficacia di diritto al diritto positivo non solo quando l’instaurazione  del nuovo ordinamento è avvenuta con procedimento giuridico, ma anche quando ha avuto luogo con procedimento di fatto. Il diritto difatti può evolversi per via di successive estrinsecazioni, ma può anche formarsi originariamente, ossia scaturire da esigenze e da necessità sociali, prima non esistenti”.

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