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Da Avvenire.it

In controtendenza con Pavolini, il ministro dell’Educazione Biggini le rifondò depoliticizzate per aprire le giovani menti alla prospettiva del dopoguerra. Uno studio di Daria Gabusi

Nell’arroventato clima storico di una guerra ormai perduta, in un contesto segnato dall’occupazione tedesca, dalle deportazioni, dai bombardamenti, dalla violenza efferata, dalla fame e dalla povertà, alla nascita della Repubblica sociale italiana, nell’autunno del 1943, si pose il problema di come far risorgere la scuola elementare, crollata, con tutto il sistema, dopo gli eventi dell’estate precedente, dal 25 luglio in poi. Ad affrontare questo tema, nel primo studio organico e originale, è la storica della pedagogia Daria Gabusi, autrice del denso saggio I bambini di Salò (Scholé, 640 pagine, 37 euro), che rappresenta anche il tentativo di scrivere una narrazione ‘sociale’ del primo ciclo dell’istruzione in quel periodo, ricorrendo ai documenti del vissuto quotidiano di alunni e insegnanti, come agli archivi scolastici locali.

Gabusi comincia con lo spiegare che la rinata scuola della Rsi mussoliniana portò i tratti distintivi del suo artefice, il ministro dell’Educazione nazionale, Carlo Alberto Biggini. Questi, accademico prestato alla politica, accolse l’impari sfida di far ripartire le elementari, secondo lo spirito con cui aveva accettato l’incarico ministeriale: ossia, ricostituire un minimo di continuità dello Stato, ma in un contesto del tutto diverso da quello del ventennale regime, perché aperto, almeno potenzialmente, all’inclusione di inediti elementi di libertà e di partecipazione nella vita del tessuto sociale. Biggini, infatti, era un esponente di spicco di quel fascismo moderato che mirava a sanare e a ricucire quelle profonde ferite che avevano dilaniato il corpo della nazione, puntando a una strategia della riconciliazione e della pacificazione interna, in netta antitesi con l’intransigenza del segretario del Partito fascista repubblicano, Alessandro Pavolini, che invece perseguì una militarizzazione dell’intera società approfondendo il fossato della guerra civile.

L’opera di Biggini fu innanzitutto mossa da una preoccupazione sociale: quella di sottrarre i bambini alla strada, per riportarli nelle aule. Ne sortirono due bienni scolastici, tra i più brevi della storia unitaria: il 1943-44 e il 194445. Il ministro di Salò inserì il suo nuovo, e sperimentale, ciclo elementare, in un quadro disastrato, dove mancava di tutto: dagli edifici dove ospitare le lezioni, alla carta per poter stampare il libro unico di Stato, che, proprio per quella situazione di provvisorietà e di penuria, finì per scomparire: il che favorì, con l’adozione di testi prodotti sul mercato, l’ingresso dei primi elementi di pluralismo in quella tradizione monolitica che era stata la scuola di regime fino al 25 luglio 1943. Ma Biggini fece anche molto altro, per sbarrare il passo a una nuova ‘politicizzazione’ delle elementari: confinò l’Opera nazionale balilla, risorta sulle ceneri della Gioventù italiana del littorio (Gil), alle pure funzioni assistenziali, nel garantire il servizio di refezione nei plessi. Inoltre, preservò la vita della scuola da una fascistizzazione imposta attraverso i programmi, per privilegiare la rinnovata missione educativa, civile e morale, affidata agli insegnanti.

In questo senso, Gabusi definisce «patriottismo scolastico » quello delle elementari di Salò, che segnarono un primo indicatore di marcia verso l’autonomia della funzione docente, da adattarsi al singolo e specifico ambiente in cui veniva a collocarsi. Le circolari del ministro evitavano accuratamente riferimenti diretti alla politica fascista, e insistevano sulla necessità di costruire, nelle più giovani menti, un terreno adatto all’attecchimento di quegli aneliti di concordia nazionale che sarebbero stati fondamentali nel clima del dopoguerra. Forse sorprende che, addirittura, in una direttiva del 20 novembre 1944, Biggini indicasse, tra i compiti primari dell’educatore, la promozione dello spirito di libertà: «una libertà che nasce dai sacrifici dell’ora attuale e che trova il suo fondamento nella responsabilità di ciascuno di fronte a Dio, di fronte a se stesso, di fronte agli uomini». A questo processo di ‘spoliticizzazione’ della scuola, corrispondeva un innalzamento della responsabilità della funzione docente. Se ne ritrova riscontro nei registri di classe, dove gli insegnanti, molti dei quali cattolici, recepiscono gli orientamenti ministeriali. Ne è un esempio illuminante il brano con cui la maestra Ambrogina Volonté di Cirimido, in provincia di Como, il 18 settembre 1944, inaugura il registro del nuovo anno: «Trenta fanciulli sono tornati a me per attingere nuova luce, per acquistare maggior consapevolezza di sé, del mondo. Chiedo a Dio l’aiuto per non tradire la loro fiducia, per compiere appieno il mio dovere. La maggioranza degli alunni mi conosce e sa che esigo bontà, diligenza, pulizia, non voglio però una scuola rigida, fredda, senz’anima. Però fin dal primo giorno chiedo a loro collaborazione attiva basata su principi d’ordine senza i quali non sarebbe possibile un proficuo insegnamento.

La coscienza del grave momento che la Patria attraversa è presente nelle loro parole e nei loro silenzi. Essi vivono la vita nella sua cruda realtà: ascoltano trasmissioni radiofoniche, odono i discorsi degli adulti, vedono i giornali, sanno le difficoltà nuove, le nuove rinunce, il nuovo sacrificio, aspettano la mia parola che dia ali al loro spirito». Sul Duce, sul fascismo, nemmeno una parola. Un silenzio assordante come un rombo di tuono. In compenso, la scuola elementare del piccolo paese di Cirimido oggi è intitolata alla grandissima, e mai dimenticata, maestra Volonté.

«E’ stato per mezzo secolo il più limpido, onesto e coraggioso punto di riferimento per tutti gli italiani degni di questo nome. Continuerà ad esserlo, richiamandoci tutti al dovere della verità, della solidarietà, dell’amor di patria: valori dimenticati ma eterni! Con immenso rimpianto. Luciano Garibaldi»

Questo il messaggio che ho inviato alla presidenza del Centro Studi Politici e Iniziative Culturali, il CESI, creato e presieduto fino all’ultimo istante dal grande Amico e Maestro scomparso, non appena sono stato informato della dolorosa notizia, la sera di domenica 20 novembre. La mia non è stata che una tra le mille e mille voci di rimpianto e di gratitudine che si sono levate da ogni angolo d’Italia. Tra le tante, voglio citarne una che mi ha particolarmente coinvolto e commosso. Sono le parole con cui Aldo Di Lello, scrittore e storico, ha voluto ricordare Gaetano sulle pagine del “Secolo d’Italia”:

«Una grande qualità di Rasi era la notevole capacità di organizzazione culturale. Riuscì ad aprire varchi alla cultura di destra in tempi di “conventio ad excludendum”. Nel 1987 l’ISC (Istituto Studi Corporativi) da lui diretto organizzò un grande convegno su Ugo Spirito insieme con l’Enciclopedia italiana, che si svolse proprio nella sede della Treccani. Vi partecipò il meglio della cultura filosofica  italiana: da Augusto Del Noce, a Emanuele Severino, a Lucio Colletti, ad Antimo Negri».

Non meno significativo il ricordo di Rasi pubblicato sul “Giornale d’Italia”: «Il mondo della destra è in lutto. Si è spento a Roma Gaetano Rasi all’età di 89 anni. Punto di riferimento prezioso per tante generazioni della destra cui insegnò i principi dell’economia, della cultura partecipativa, della politica. Negli anni ‘70 animò istituti di studi e di ricerca, curando la pubblicazione di riviste e libri indispensabili nell’azione politico-culturale del Movimento Sociale Italiano. Nel 1996 per lui si aprirono le porte del Parlamento con l’elezione alla Camera dei Deputati nella lista di Alleanza Nazionale, dove ricoprì la vicepresidenza della Commissione Attività produttive. Si dimise nel 2001, prima della scadenza naturale, perché eletto nell’Autorità Garante per la protezione dei dati».

Un piccolo, ma significativo episodio che ci dice tutto sulla grande onestà politica ed etica di Gaetano Rasi.

 

Luciano Garibaldi

Oggi, 20 Novembre 2016 alle ore 10, all’età di 89 anni si è spento a Roma il Presidente dell’Istituto Biggini Prof. Gaetano Rasi.

Nato a Lendinara il 15 Maggio 1927, fu docente universitario di Politica economica, economista e giornalista. Intellettuale da sempre vicino al Movimento Sociale Italiano. Negli anni sessanta fece parte dell’Istituto nazionale di studi politici ed economici. Per anni fu l’anima dell’Istituto di Studi corporativi, un punto di riferimento di studi e di strategia della politica economica del MSI.

Consigliere di Amministrazione dell’Agenzia per il Mezzogiorno dal 1986 al 1992. Responsabile economico di Alleanza Nazionale, nel gennaio 1995 è indicato come Ministro del commercio con l’estero nel governo Dini, ma si dimette 24 ore dopo.

Nel 1996 fu eletto nel proporzionale in Piemonte, deputato alla Camera nella lista di Alleanza Nazionale, dove fu vice presidente della Commissione Attività produttive. Si dimise nel marzo del 2001, prima della scadenza naturale, perché eletto nell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali.

Nel corso di questi anni, è stata vastissima la sua produzione di saggi, articoli e documenti sul panorama politico italiano ed internazionale, dando vita con la sua inesauribile attività a numerosi convegni sia in ambito storico, che costituzionale, che hanno contribuito a far conoscere l’Istituto Biggini in tutto il territorio nazionale, ottenendo apprezzamento e stima per la costante attività informativa e di approfondimento politico/culturale.

L’Istituto Carlo Alberto Biggini, del quale è stato Presidente dal 2001, perde quindi una figura chiave ed una persona amata e stimata senza nessun confine di ideologia politica.

Ci stringiamo nel dolore ai familiari di Gaetano e a tutti coloro che lo hanno amato, apprezzato e rispettato.

 

Tratto da intravino.com

Ricorre oggi – giovedì 8 settembre – l’86esimo compleanno di Beppe Colla. A stare bassi un patriarca, un’autentica pietra miliare dei vini di Langa. Per motivi di lavoro ieri sono stato da Poderi Colla a San Rocco Seno d’Elvio e arrivo subito al dunque: incontrare Beppe Colla, suo fratello Tino, la figlia Federica e il nipote Pietro – che adesso fa il vino – è stata senza ombra di dubbio l’esperienza più onnicomprensiva di questi miei cinque anni in Langa. Mentre lo penso sorrido e mi incazzo un po’ per esserci arrivato solo ora, dopo aver letto centinaia di simpatici e adoranti articoli su personaggi importanti della zona che, nessuno me ne voglia, a Beppe Colla non arrivano nemmeno a legare le scarpe.

Alessandro Masnaghetti di lui ha scritto, in calce al video che trovate alla fine del post (un documento irripetibile perché gli anni passano per tutti): “Beppe Colla è uno degli ultimi veri testimoni della storia enoica di Langa; diplomato nel 1949 (anno di nascita del fratello Tino, ndr) alla Scuola Enologica di Alba, è stato l’anima e artefice dei vini Prunotto dal 1956 al 1990. Precursore della vinificazione dei vini di Langa per singolo vigneto con il suo Barolo Bussia 1961, ha fondato nel 1967 insieme a Luciano De Giacomi e Renato Ratti l’Ordine dei Cavalieri del tartufo e dei vini di Langa di cui è stato anche Gran Maestro. Agli inizi degli anni ’60 ha contribuito alla stesura dei disciplinari di produzione delle denominazioni albesi”.

Dopo un giro tra le vigne a qualche fetta di formaggio, quando verso le sette di sera Federica ha accompagnato il papà a casa, Tino è andato a ripescare da qualche parte una valigetta con dentro documenti da pelle d’oca. Perché in Langa funziona così, sono diesel: partono piano – per quanto Tino sia un bel chiacchierone – ma quando attaccano non si fermano più. Siamo partiti dalla storia recente sfogliando il volume Barbaresco MGA di Alessandro Masnaghetti (che queste zone qui le conosce meglio di chi ci vive da una vita, col metodo dell’ingegnere applicato al serial killer di vigna) e siamo arrivati ovunque. Tipo a come venne prodotto l’alcol che sarebbe finito nei primi Ferrero Rocher sperimentati da Michele Ferrero nel 1956. Vieni qui a parlare di vino e in un attimo ascolti di Beppe e Michele che partivano per Milano dove avrebbero comprato alcol e zucchero al mercato.

da Il Giornale d’Italia

All’insegnante è riservato il compito di dimostrare che le grandi parole di patria, di giustizia, di dovere, di onore, di sacrificio, di eroismo non sono parole vane.

“Non so quanto e come furono allora intese queste mie parole, ma l’attuale disorientamento, spiegabile in parte con la gravità degli errori commessi il 25 luglio e l’8 settembre, quando fu consumato un delitto di lesa Patria, e furono compiuti atti di incosciente suicida follia, esige non solo che mi rivolga ancora al vostro cuore e al vostro intelletto, ma anche che la Scuola segua nella formazione morale, civile e guerriera del cittadino la più rigorosa unità di criteri direttivi e didattici. La responsabilità dell’insegnante nell’ora presente è così alta che qualunque esitazione, ogni parola men che meditata, sentita, adatta, e soprattutto non  nata in quel clima di comunione spirituale ch’essi devono creare nella scuola, equivale all’abbandono di posto di fronte al nemico. Non sentire o trascurare o soffocare le grandi, genuine, intatte forze in mezzo alle quali essi hanno liberamente scelto di operare, dimenticare la preziosa azione che dalla scuola si propaga nelle famiglie, in tutte le categorie sociali, andrebbe considerato alla stregua d’un tradimento”.

È Carlo Alberto Biggini che parla, e parla agli “educatori italiani”, agli “uomini della scuola”. Si tratta di un documento importante, e le parole di Biggini vanno riproposte, perché in esse si trova la spiritualità, e anche la praticità invero, ma anche perché sono lo specchio di un’epoca, da un’angolazione che generalmente non viene raccontata, e che invece è essenziale conoscere e tramandare.

“Un occhio fattosi più acuto e più paterno non dovrà ignorare che il fanciullo, l’adolescente, il giovane non sono ancora così compiutamente uomini, da non essere turbati e sconvolti da una tempesta, che prova durissimamente gli stessi uomini, padroni di sé e già in possesso di tutte le loro forze. All’insegnante è riservato il compito di dimostrare che le grandi parole di patria, di giustizia, di dovere, di onore, di sacrificio, di eroismo non sono parole vane. Se è vero che le persone per cui soffriamo ci diventano sempre più care, tutte le nostre sofferenze per la Patria faranno aumentare il nostro amore per l’Italia. Che tutti amino la Patria 5dolorante in concordia di animi: tale concordia stringerà la nazione sin nel profondo. E la nazione unita si convincerà che solo la lotta e il combattimento potranno ridarci la salvezza. Una seria e vera educazione nazionale potrà ridare agl’Italiani la coscienza dei loro doveri, rieducare il nostro popolo ad una disciplina, che ha le sue radici nelle supreme esigenze della vita collettiva. Se l’Italia perderà la propria indipendenza, e con la vittoria anglo-russo-americana la perderà sicuramente, essa perderà del pari la possibilità d’intervenire attivamente nel corso degli eventi interni ed internazionali e di determinare il contenuto della propria azione politica”.

Infausto vaticinio, si potrebbe dire. Eppure quanto ha ragione, Biggini. Profetico.

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da Il Giornale d’Italia

L’azione di Mussolini, dalla costituzione dei Fasci alla Marcia su Roma, dallo Stato Corporativo alla Guerra d’Africa, dalle sanzioni alla Guerra di Spagna

Nell’ultima puntata del nostro speciale dedicato al pensiero di Carlo Alberto Biggini abbiamo parlato di libertà e di solidarietà, cercando di argomentare sul tema complesso della libertà. Riprendiamo da lì, e parliamo dunque, per agganciarci a quanto trattato la scorsa settimana, di solidarietà. Oggi il concetto di solidarietà si confonde con quello di pietismo, che non è la stessa cosa.

Solidarietà è intima condivisione, solidarietà è partecipazione, è sostegno prima di tutto morale, spirituale, intimo. Solidarietà non è, tanto per fare un esempio, accoglienza incondizionata del profugo che cerca ospitalità. Quel profugo, se è vero che è un fratello in difficoltà, occorre essere in grado di accoglierlo. E se non si è in grado, questa accoglienza è pietismo, non solidarietà. Si tratta solo di un esempio, che si incastra nell’epoca odierna, ovviamente. Facendo le dovute proporzioni, in questo senso proviamo a leggere le parole di Biggini: “Ed il Fascismo realizza la sua concezione politico-rivoluzionaria nell’ordine spirituale, risvegliando nel popolo il sentimento del dovere, della lotta, del sacrificio, l’abitudine alla disciplina, il senso dell’obbedienza, l’idea della subordinazione dell’individuo allo Stato, della solidarietà, della collaborazione: nell’ordine politico e giuridico creando, sulle rovine dello Stato individualista liberale e democratico, sulle rovine dello Stato

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collettivista socialista e comunista, lo Stato Corporativo Fascista”. E infatti il paragrafo successivo del nostro libro si intitola “Lo

Stato premessa fondamentale di civiltà”. Leggiamo insieme: “La Rivoluzione delle Camicie Nere, fondata sull’eroismo e sul martirio, scese in campo per salvare i principi, le forze, le tradizioni, l’avvenire dello Stato, onde crearne uno nuovo: e ciò perché Mussolini, fin dalle origini del movimento, ha valutato il problema dello Stato come premessa fondamentale di ogni processo di civiltà, come condizione essenziale nella vita dei popoli, come punto di partenza verso l’organizzazione di un nuovo ordine internazionale.

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da Il Giornale d’Italia

Nella posizione di “Stato e anti-Stato – dice Biggini – è racchiuso gran parte del travaglio storico della Rivoluzione delle Camicie Nere”

Insomma: “il Fascismo vuole restaurare o sovvertire lo Stato?”. È l’interrogativo sul quale ci siamo lasciati ieri. Un interrogativo che viene esaminato da Biggini, che si richiama ancora una volta a Mussolini. Vediamo: “Interrogativi – dice il ministro – che raccoglieva appunto Mussolini in Gerarchia, precisandoli: è ordine o disordine? Si può essere o non essere? Si può essere conservatori e sovversivi al tempo stesso? Come intende uscire il fascismo da circolo vizioso di questa sua paradossale contraddizione? E rispondeva: il Fascismo è già uscito da questa contraddizione perché la contraddizione che gli viene imputata non esiste, è semplicemente apparente, non sostanziale. E così rispondendo aveva  modo di precisare, per la prima volta, la concezione fascista dello Stato nel suo significato universale e rivoluzionario e nel suo aspetto particolare come Stato italiano. Quella concezione che avrà poi da Lui ampi profondi originali sviluppi in tutti i suoi scritti e discorsi e, in modo speciale, nella sua dottrina fascista”. Dice poi Biggini che per comprendere compiutamente il pensiero di Mussolini occorre chiarire questa posizione di “Stato e anti-Stato”, nella quale “è racchiuso gran parte del travaglio storico della Rivoluzione delle Camicie Nere”, e precisa che “senza tale intelligenza non è possibile avvicinarci alla realtà dello Stato fascista, alla concezione mussoliniana dello Stato”.

Credete a me, in un Paese normale questo straordinario personaggio che risponde al nome di Carlo Alberto Biggini, e pure lo stesso Mussolini, figurerebbero non solo tra i maggiori statisti, ma anche tra i grandi filosofi del Novecento. Il pensiero di costoro sarebbe oggetto di studio sin dalle scuole medie, volumi e volumi dedicati al loro pensiero campeggerebbero nelle biblioteche di ciascuno, rientrerebbero a pieno titolo tra i pensatori dell’epoca moderna. Ma la miopia storica è un male che porta frutti malsani, e la prova sta nell’ignoranza diffusa sul tema, nel pressapochismo che caratterizza il nostro tempo, nella superficialità e nella banalizzazione di cui il mondo attuale è vittima. Ecco perché dobbiamo sapere, e, sapendo, rispondere all’ignoranza e alla malafede con la consapevolezza e la buona fede. Viceversa significherebbe rinunciare all’eredità che questi uomini ci hanno consegnata insieme al loro sangue. Dunque leggiamo ancora insieme quanto ci ha consegnato Biggini, e facciamone buon uso: “Mussolini chiarendo tale antitesi – continua – apparente e non sostanziale, si poneva sul terreno della teoria generale dello Stato, portava un contributo originale ad uno dei più ardui problemi della scienza politica e giuridica. Senza entrare nelle controversie sul cosiddetto governo legittimo, sul diritto alla resistenza collettiva o alla rivoluzione, su l’origine e la giustificazione della sovranità, argomenti che non sono indifferenti, ma che includeremo da un punto di vista più profondo e sostanziale, è certo che la trasformazione fascista, dal vecchio al nuovo ordinamento dello Stato, è avvenuta rivoluzionariamente, anche se gradualmente, perché tale trasformazione ha investito l’ordinamento liberale democratico nel suo fondamento e nella sua struttura, ossia nei suoi principi e in molti dei suoi istituti costituzionali, perché tale trasformazione è congiunta alla vita e alla attività di organismi di fatto divenuti poi organismi di diritto, perché tutta una nuova concezione etico-storico-politica dello Stato è venuta affermandosi e traducendosi in forme giuridiche, perché, infine, tale trasformazione riposa sul principio della ‘rivoluzione continua’, che ha, non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello giuridico, un particolare e rilevante significato da non potersi trascurare per la retta interpretazione e ricostruzione del sistema statale fascista”.

Politico e giuridico, dice Biggini. Due aspetti essenziali della Rivoluzione Fascista, imprescindibili se la si vuole comprendere senza paraocchi. E infatti a seguire parla dello Stato come animatore del diritto positivo: “Si usa dire – sono ancora parole di Biggini – che se un movimento politico, se una rivoluzione, riesce al suo scopo e dà vita ad un nuovo ordinamento statale, essendosi estinto l’ordinamento secondo le cui norme di poteva giudicare, manca un ordinamento positivo, dato che il nuovo ordinamento instauratori non può essere assunto per risolvere il problema, alla cui stregua valutare i fatti e gli atti nei quali si è realizzato il procedimento dell’instaurazione. Ma l’affermazione di Mussolini contiene implicitamente il concetto che il diritto è un elemento

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così essenziale dello Stato, che l’uno non può concepirsi senza l’altro. Ecco perché, chiedendosi in questo scritto, che cosa è lo Stato, non lo soddisfa pienamente uno degli stessi postulati programmatici del Fascismo, in cui lo Stato veniva definito ‘come l’incarnazione giuridica della Nazione’. Lo Stato, soprattutto lo Stato moderno, è anche questo, ma non è soltanto questo”. Ora attenzione: “Questa affermazione – dice Biggini – importa che si debba riconoscere qualità ed efficacia di diritto al diritto positivo non solo quando l’instaurazione  del nuovo ordinamento è avvenuta con procedimento giuridico, ma anche quando ha avuto luogo con procedimento di fatto. Il diritto difatti può evolversi per via di successive estrinsecazioni, ma può anche formarsi originariamente, ossia scaturire da esigenze e da necessità sociali, prima non esistenti”.

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il CESI – Centro Nazionale di Studi Politici ed Iniziative Culturali ha elaborato – in vista del referendum sulla riforma costituzionale che dovrebbe essere indetto nel prossimo mese di ottobre – l’allegato

  “Manifesto” del “Comitato Costituenti per il NO”.

 

La finalità di questo documento è di contestare questa pseudo-riforma e proporre invece l’indizione di un’Assemblea Costituente  per rendere tutti gli organismi dello Stato italiano più efficienti tramite un Presidente della Repubblica eletto dal popolo e un Parlamento realmente rappresentativo della realtà popolare espressa non solo tramite i partiti, ma anche tramite le categorie delle competenze scientifiche, tecniche, professionali, imprenditoriali, del lavoro e del volontariato.
Se lo condividete, Vi preghiamo di inoltrare questo comunicato e il Manifesto a quanti ritenete possibili, ulteriori aderenti sottoscrittori.

Clicca qui per scaricare il documento completo

da Il Giornale d’Italia

Carlo Alberto Biggini è come un ponte tra l’epoca passata e quella rispetto a lui futura, e per noi contemporanea

In quanto dice Biggini nell’anno XX, di cui abbiamo cominciato a parlare la scorsa settimana, possiamo trovare argomentazioni e riflessioni di intensità notevole. Si richiama, Biggini, a scritti e vicende di venti anni antecedenti  e punta l’attenzione su certi scritti e su certe parole di Mussolini, che ancora oggi costituiscono effettivamente una base di riflessione di rilevanza essenziale. Oggi, ancora, Biggini ci consente di comprendere assai precisamente molti aspetti di questo spicchio di storia, troppo spesso banalizzato nel corso degli ultimi settant’anni e poco più. Richiama tra l’altro, Biggini, quanto scrive Benito il 12 febbraio del 1922 sul Popolo d’Italia. Il volume che ci consegna quanto il Ministro dell’Educazione Nazionale disse, riferisce, tra l’altro, quanto segue: “La parte migliore della Nazione – scrive appunto Mussolini – non va a sinistra, ma a destra, verso l’ordine, le gerarchie, la disciplina. Da tre anni chiede un governo e non lo ha. Il governo non c’è. La crisi attuale mostra l’incapacità della Camera a dar un governo alla nazione. Può essere che il grido di Bologna diventi, domani, il coro formidabile di tutta la Nazione”. Il “coro di Bologna”, ci spiega ancora Biggini, è “viva la dittatura”. Ora, a prescindere dal fatto che di acqua sotto i ponti, da allora, ne è passata un bel po'; a prescindere dal fatto che le condizioni storiche, sociali, economiche, finanche culturali sono profondamente mutate (e non so fino a che punto sia un bene); a prescindere dal fatto che lo stesso Mussolini, se fosse qui oggi, sarebbe perfettamente conscio che la sua azione politica andrebbe improntata a criteri diversi da allora, per molte evidenti ragioni; a prescindere però da tutto questo: ma quanto sono attuali, le sue parole? Perché Biggini le riporta, vent’anni dopo? E perché ci sembra che siano state dette, o scritte, oggi, e non quasi cento anni fa? Perché Biggini si rende perfettamente conto che quelle parole sono valide, ancora, vent’anni dopo essere state vergate. Guardate, vi dico una cosa: Carlo Alberto Biggini è stato uomo di somma intelligenza, è stato un precursore dei tempi, sembra che la sua voce ancora oggi risuoni nelle orecchie di chi lo sa ascoltare. Pensate se Biggini, o Mussolini, fossero nostri contemporanei: quale Stato, avremmo! Quale rispetto, otterremmo anche oltreconfine! Uomini così sarebbero capaci di incastonarsi perfettamente in questa epoca, saprebbero dove mettere le mani per risollevare le sorti della Nazione. Sentite qua cosa scrive ancora Biggini: “Nella incapacità e bassezza parlamentare di tutti i vecchi partiti, il commento mussoliniano al grido delle moltitudini dava nuovi motivi alla fase romantica eroica della insurrezione armata contro una classe politica inetta e corrotta. ‘Non un ministero, ma un governo’, dirà poi il Duce assumendo il potere, mentre si apprestava a dare fondamento, vita, struttura a una nuova concezione e realtà dello Stato”. Attuale, attualissimo! Ma ancora: “Sempre nel febbraio 1922 si ebbe un convegno a Roma fra la direzione del Partito e il comitato centrale provvisorio delle corporazioni sindacali e nell’aprile 1922 nacque ‘Il Lavoro d’Italia’, diretto da Rossoni, il quale, nell’appello ai lavoratori italiani scriveva: ‘il sindacalismo nazionale ricomincia daccapo la riorganizzazione degli italiani di tutte le professioni e d’una sola fede in un quadro grandioso di educazione politica, di capacità produttiva, di coscienza e disciplina nazionale”. Ricordate Edmondo Rossoni, non è vero? Ne abbiamo parlato in più di una circostanza. Guardate che il Fascismo non si può comprendere se non si comprende che esso fu composto da vari e numerosi umori, da mille anime, e credete a me, Rossoni è una di queste: parliamo di personaggi che non si possono non conoscere. “E Mussolini salutava il nuovo giornale affermando che Popolo d’Italia e Lavoro d’Italia vivranno fusi insieme ‘contro tutti i parassitismi della politica e dell’economia’ e che il fascismo si rivolgeva ‘alle nuove masse dei lavoratori del braccio e del pensiero per elevarne le condizioni e legarli sempre più intimamente alla vita ed alla storia della nazione’. Difatti, mentre nuove e vaste categorie di popolo accorrevano al fascismo e alle organizzazioni sindacali nazionali, il

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movimento desiderava le occasioni per sostituirsi al governo, quasi essere governo, per sostituirsi allo Stato, quasi essere Stato, specie dove le conseguenze della debolezza, della assenza, della precarietà dello Stato liberale-socialista potevano essere più gravi”. Notate bene, Biggini sottolinea l’assenza, la precarietà dello Stato. Ecco, ancora una volta egli sceglie di focalizzare l’attenzione su una problematica che, se ormai – all’epoca in cui egli parla – è vecchia di due decenni, essa oggi torna di estrema attualità. Si pone, insomma, Biggini – e non credo inconsapevolmente, a mio modo di vedere, anzi – quasi come un ponte tra l’epoca passata e quella rispetto a lui futura (e per noi contemporanea). Sembra quasi – e forse è davvero così – che egli parli a noi, oggi. Proprio oggi, qui e ora.

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da Il Giornale d’Italia

Anima e corpo, mistica e materia, stupendamente fuse,  fascinosamente stimolanti non solo ad una riflessione appassionata ma anche ad una precisa volontà di operare

Riprendiamo tra le mani lo scritto che riporta le parole di Carlo Alberto Biggini, siamo nell’anno XX dell’Era Fascista, 1942. Queste pagine di storia, che quotidianamente proponiamo ai nostri lettori, possono sembrare forse impegnative alla lettura. Ma non è forse essenziale? Non è forse giusto? Non è forse utile? Il testimone deve passare di generazione in generazione: e c’è da augurarsi che le generazioni future vogliano accoglierlo con amore e consapevolezza, per poi a loro volta tramandarlo ancora e ancora. Non lasciamo che il tempo fossilizzi per sempre la menzogna, offuschi senza speranza di riscatto questo patrimonio che è insieme ideale e valoriale. Ci vuole l’impegno di tutti. Biggini la sua parte l’ha fatta, straordinariamente. In maniera così incisiva da finire i suoi giorni in un mistero che ancora oggi non sembra possibile dipanare. Ricorderete – perché ne abbiamo parlato – che la morte del Ministro dell’Educazione Nazionale nonché estensore dei principi fondamentali di Salò, è avvolta dalla nebbia più fitta. Torneremo anche su questo, perché noi non abbiamo paura di cercare la verità e di raccontarla, perché il castello di carte costruito ad arte su questo pezzo straordinario della nostra storia dovrà crollare inesorabilmente sotto i colpi del piccone della verità. Dovremo essere capaci di spezzare per sempre quelle catene che legano la nostra storia alla schiavitù della demagogia, dobbiamo farlo, ce lo chiede la nostra dignità di Italiani.

Ci vuole impegno, però, costanza, determinazione. E tutto questo sarebbe comunque niente rispetto al sacrificio di questi uomini che hanno fatto la nostra storia più bella, mal ripagati al momento, c’è da dire. E dunque andiamo ancora a leggere insieme qualche stralcio di questo documento che abbiamo cominciato ad esaminare ieri e la cui trattazione riprendiamo oggi.

“Ed intanto ‘Mussolini impersonava sempre più e sempre meglio il movimento’, da lui creato, ‘nei suoi elementi essenziali': mentre lo definiva e lo differenziava, lo dilatava spiritualmente, lo portava ad identificarsi con la secolare gloriosa storia italiana”, dice Biggini, e sottolinea come Benito scrivesse ogni giorno sul Popolo d’Italia “suscitando visioni, segnando vie, additando mete: e nelle grandi occasioni la sua presenza viva, la sua parola viva, la sua parola che non è un parlare, ma un operare, incidendo nell’animo delle folle, mettendole in quello stato di emozione tanto vicino all’azione, sinonimo di azione, con una eloquenza che ripudiava quella ‘verbosa prolissa inconcludente’ dei democratici, sono sue parole, per affermarne una ‘squisitamente fascista, cioè scheletrica aspra schietta e dura’. E mentre le sue parole e i suoi scritti destavano nelle adunate, nelle assemblee, nel paese fremiti d’entusiasmo e commozione profonda, precisava ed approfondiva, con mirabile vigore polemico, il suo pensiero e rettificava, con chiarezza e necessaria crudezza, arbitrarie interpretazioni e superate mentalità, impedendo deviazioni e sbandamenti, resistendo alle correnti troppo destre e troppo sinistre”.

Riflettete, amici lettori: non si comprende meglio in queste parole, l’intima essenza del Fascismo e della volontà di Mussolini, che in tanti, troppi libri di scuola? È o no, questo, un patrimonio che non possiamo  cedere, che non possiamo permetterci di disperdere? E badate bene, non è solo squisitissima capacità oratoria, quella di Biggini, che pure c’è ed è straordinariamente possente. C’è, dentro, la sostanza, e dunque anima e corpo, mistica e materia, stupendamente fuse,  fascinosamente stimolanti non solo ad una riflessione profonda e appassionata ma anche ad una precisa volontà di operare, leggete con attenzione: “stato di emozione tanto vicino all’azione, sinonimo di azione”, dice Biggini. E parla della “parola viva” del Duce e della sua “presenza viva”, sottolineando come “la sua parola non è un parlare, ma un operare”, e ancora il richiamo alla capacità di Mussolini di incidere nell’animo delle folle al punto di procurare proprio quello stato di emozione tanto vicino all’azione.

Abbiate la pazienza di tollerare, qua e là, qualche mio sfogo: ma insomma avete provato a mettere su una bilancia quest’uomo con tanti, troppi nostri contemporanei? Provateci, ve ne prego. Mettete anche solo questi primissimi stralci, queste ancora pochissime informazioni su di un piatto della bilancia. E poi, sull’altro, provate a porre – che so io – qualche ministro di questo preciso momento storico e sociale. Capite per quale ragione non si vuole raccontare come si deve, questo pezzo di storia? Capite qual è il

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punto?

Il punto è che un popolo bue si schiaccia con maggiore facilità, il punto è che non dobbiamo sapere, perché se sapessimo capiremmo in quale barbarie siamo finiti, in quale pozzo senza fondo stiamo inesorabilmente precipitando. Scusate, a me fa rabbia! A voi che effetto fa? Ecco, conoscere, sapere, e poi essere capaci di sbattere la verità sul muso di chi ostinatamente si pone contro di essa, come un mattone sui denti di chi si ostina a reclamare la storia scritta dai cosiddetti “vincitori”: i quali ci spiegheranno poi, forse, un giorno, cosa pensano di aver vinto… Troppo comodo, signori miei, tentare di cancellare la storia, di raccontarla infarcita di menzogne, di modellarla come fosse creta e sperare che essa creta si solidifichi al punto di non poter essere modellata mai più. Ebbene sappiano costoro che la creta, una volta essiccata, si sbriciolerà, sotto i colpi dell’ascia della verità che non si potrà fermare.

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