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Questioni esistenziali
Il Sestante chiude il 2015 con riflessioni riguardanti alcuni dei massimi problemi del nostro tempo. Il primo è un problema che appare immediatamente in tutta la sua urgenza, mentre gli altri due solo apparentemente sembrano non essere incombenti, mentre in realtà costituiscono già da tempo pesanti ipoteche che condizionano il nostro futuro.
Il primo argomento riguarda quello che in generale viene chiamata la questione della giustizia in Italia, ma che assume caratteristiche complesse anche per l’evoluzione della criminalità organizzata. In questa materia interviene una personalità di alto rilievo direttamente impegnata quale è Roberto Pennisi, magistrato della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, del quale riportiamo l’intervento svoltosi nel corso del Convegno Nazionale CESI tenuto a Pescia il14 novembre 2015.
Il secondo argomento è trattato da Mario Bozzi Sentieri e riguarda quello che è esatto indicare oggi come emergenza demografica, ma che in realtà coinvolge l’avvenire dell’esistenza vitale della società italiana. La scarsa natalità e l’invecchiamento della popolazione si manifesta come un fenomeno che nel medio periodo determinerà un mutamento etnico-culturale che potrebbe essere irreversibile. Il monito che ne deriva riguarda soprattutto l’indifferenza dell’attuale classe dirigente italiana.
Il terzo argomento esamina la base ideologica nella quale si fondano sia l’attuale diffusa concezione indifferente all’etica sociale sia l’agire condizionato dalle pervasive sollecitazioni massmediatiche fondate sull’egoismo e il consumismo. Si tratta di un dibattito di filosofia sociale svoltosi sul “pensiero unico” tra Alain de Benoist, Fabio Torriero e Marcello Veneziani, riportato da Michele Buontempo, un giovane scrittore e promettente giornalista.
Con queste trattazioni e con la consueta Rubrica I Libri del Sestante, il nostro bollettino augura a tutti i suoi lettori un Buon Natale e un Felice 2016 di risveglio e di forte riscossa morale e politica.

Sommario:

- La Comunicazione del magistrato Antimafia e Antiterrorismo sul “triangolo maledetto”. Il “sistema giustizia”oggi: nuova natura della criminalità e no a giudici eletti di Roberto Pennisi

- Un grave problema etico e culturale. L’emergenza demografica: un gap politico e comunicativo di Mario Bozzi Sentieri

- Incontro-dibattito tra de Benoist, Torriero e Veneziani.“Pensiero Unico”: riflessioni sulla elaborazione dell’identità della persona sociale di Michele Buontempo

- Rubrica: I Libri del “Sestante”. Rassegna di novità librarie a cura di Mario Bozzi Sentieri

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Le Relazioni di Domenico Benedetti Valentini, Carlo Vivaldi Forti, Mario Bozzi Sentieri e Alessandro Capecchi al Quarto Convegno Nazionale CESI

“Superare la frammentazione politica con un nuovo modello di sviluppo”

Pescia (PT) 14 novembre 2015

Sommario:

- Sintesi per punti della Relazione: Le riforme per la giustizia: principi e coordinate di Domenico Benedetti Valentini

- Relazione: Una provocazione per un dibattito. Gli essenziali aspetti economici e sociali di Carlo Vivaldi Forti

- Relazione: Contro il minimalismo culturale. Per una Politica dalle “visioni lunghe”di Mario Bozzi Sentieri

- Relazione: Interrogativi ineludibili. Quale concetto di cittadinanza e quale modello di Stato nell’Europa del Terzo millennio? di Alessandro Capecchi

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Sul quotidiano on line “CITTA’ DELLA SPEZIA”, il 3 dicembre scorso, lo stimato politico spezzino Giorgio Pagano, già apprezzato sindaco per dieci anni della città, ha pubblicato un duro articolo contro il Convegno «Carlo Alberto Biggini. La rivoluzione costituzionale. L’uomo, il professore, il politico», svoltosi a Sarzana in occasione del settantesimo anniversario della prematura scomparsa del docente e uomo politico sarzanese che fu Rettore Magnifico dell’Università di Pisa e ministro dell’Educazione Nazionale del Regno d’Italia e della Repubblica Sociale Italiana.

Scandalizzato per il fatto che si sia osato commemorare un “gerarca fascista”, Giorgio Pagano ha accusato gli organizzatori del convegno e i relatori di avere “manipolato la storia” e si è scagliato contro la figura di Carlo Alberto Biggini definendolo “ubbidiente fino all’ultimo a Mussolini e a Hitler”, “corresponsabile degli eccidi nazifascisti”, “corresponsabile della persecuzione agli ebrei”.

Quali le pezze d’appoggio di Pagano per così gravi accuse? Alcuni articoli del progetto di Costituzione della RSI redatto da Biggini su incarico di Benito Mussolini e peraltro mai realizzatosi. Da dove, l’illustre ex sindaco spezzino, ha tratto le informazioni? Dal mio libro «Mussolini e il Professore», pubblicato da Mursia nel 1983 e contenente il progetto di Costituzione della RSI, ritrovato dopo 40 anni. Si da’ però il caso che il dottor Pagano abbia accuratamente evitato di citare ciò che scrissi per spiegare il perché di quegli articoli. Ovvero il capitolo che intitolai “Un virus nel sangue degli italiani». Gli rinfresco la memoria.

Tre articoli del progetto di Costituzione di Biggini contenevano norme di discriminazione razziale. L’articolo 73 contemplava il divieto di matrimonio tra cittadini italiani e “sudditi di razza ebraica”, e una “speciale disciplina” per i matrimoni tra cittadini italiani “sudditi di altre razze o stranieri”. L’articolo 89 stabiliva che la cittadinanza non avrebbe potuto essere acquisita da “appartenenti alla razza ebraica e a razze di colore”. Infine, l’articolo 90 precisava che tali sudditi avrebbero goduto dei diritti civili ma non di quelli politici: non avrebbero potuto “servire l’Italia in armi”, né svolgere attività “culturali ed economiche” che presentassero un interesse pubblico.

Biggini non era razzista, né tantomeno antisemita. A Padova era andato ad abitare in quattro stanze ammobiliate del palazzo dei Diena, una famiglia israelita: impedì che i beni della famiglia fossero confiscati, come avrebbe voluto la legislazione vigente, e lasciò che, sotto la sua protezione, trovassero rifugio in quella casa decine di ebrei. In un drammatico messaggio fatto pervenire il 27 ottobre 1945, dalla clinica di Milano dove si nascondeva, al suo avvocato Paolo Toffanin, in previsione del processo cui sarebbe stato sottoposto in quanto ex ministro di Salò, invitava il celebre penalista a “citare, oltre i più importanti nomi contenuti nella mia difesa, ebrei ed ebree da me aiutati, a cominciare dalla famiglia Diena e dalla famiglia Vanzetti”. Un giorno, durante la RSI, era accorso personalmente a trarre in salvo la marchesa Bonacossi, ebrea, che stava per essere catturata, nella sua villa di Pernumia (Padova), da elementi della “Muti” e delle SS.

Nessun dubbio sulla ferocia della persecuzione antiebraica attuata durante la dittatura fascista: prima, e soprattutto durante la RSI. Ne ho parlato, e l’ho raccontata, diecine di volte, nei miei articoli e nei miei libri. Una realtà di cui, in quanto italiani, dobbiamo solo vergognarci. Il che non toglie che il raffronto tra le proposte contenute nel progetto di Costituzione di Biggini e quella vergogna, autorizza a concludere che, se l’Italia sarebbe stata ancora, per gli ebrei, un Paese dal quale tenersi alla larga, tuttavia le condizioni di coloro che non avessero avuto altra scelta che quella di restare, sarebbero notevolmente migliorate.

Spiace che l’avveduto e intelligente ex sindaco spezzino abbia completamente dimenticato la parte centrale del progetto costituzionale di Biggini: quella parte ancora oggi più che mai valida e attuale, e alla quale sarebbe molto, ma molto utile rifarsi per uscire dalla crisi che ci sta dilaniando: quella del lavoro, della mancanza di lavoro, della disoccupazione dei giovani. Poiché non sto scrivendo un libro di storia, ma una lettera, mi limito a riportare il breve ma straordinario testo dell’articolo 116 del progetto Biggini (Sezione Seconda: il Lavoro): «La Repubblica italiana garantisce a ogni cittadino il diritto al lavoro, mediante l’organizzazione e l’incremento della produzione e mediante il controllo e la disciplina della domanda e dell’offerta di lavoro. Il collocamento dei lavoratori è funzione pubblica, svolta gratuitamente da idonei uffici gestiti dall’organizzazione professionale riconosciuta».

Prego cortesemente il dottor Pagano di rileggersi gli articoli del progetto Biggini dedicati al problema del lavoro, reperibili nella «Sezione Seconda: il Lavoro», pagg. 377 e seguenti del mio libro «Mussolini e il Professore», al quale egli ha sicuramente attinto per redigere il suo articolo per «CITTA’ DELLA SPEZIA». E, sempre al dottor Pagano, in riferimento alle sue accuse rivolte al sindaco di Sarzana Alessio Cavarra, che ha “osato” presenziare all’inaugurazione del convegno sul sarzanese Carlo Alberto Biggini, mi permetto ricordargli il messaggio dell’attuale Sindaco di La Spezia Massimo Federici esprimente piena, totale e incondizionata solidarietà al collega sarzanese:

«Caro Alessio, in merito alle polemiche sul tuo intervento di saluto al convegno sulla figura di Biggini, non posso che esprimere il mio rammarico per gli equivoci e le strumentalizzazioni di cui sei oggetto. Mi è parso davvero arbitrario gettare ombre sulle scelte di campo di cui sei da sempre fermo interprete. Sotto il profilo prettamente storico e alla luce del rigore storico, tutti i temi meritano di essere trattati. Recentemente, qui alla Spezia, la prestigiosa Accademia Cappellini si è intrattenuta sulla figura di Biggini senza che ciò generasse dibattIto alcuno. Mi è parso pertanto, di fronte alla pretestuosità della polemica in corso, doveroso manifestarti la mia solidarietà».

Null’altro da aggiungere

 

 

Luciano Garibaldi, 4 dicembre 2015

di Giorgio Pagano

 

pagano

 

Conviene tornare sul tanto discusso convegno di commemorazione del gerarca fascista Carlo Alberto Biggini -non conosco altro modo per qualificarlo, nonostante che il Sindaco di Sarzana non sia d’accordo, perché Biggini tale era e perché lui stesso si autodefiniva così- sia per sgomberare il campo da incomprensioni o falsità sia per arrivare al nodo di fondo, che è quello dell’identità antifascista del nostro Stato e del “patriottismo costituzionale”.
Il “Secolo XIX”, riportando l’opinione di due miei amici storici e ricercatori, ha titolato: “Chi ha paura di studiare il pensiero di Biggini?”. Nessuno, ovviamente. C’è piena libertà di organizzare non solo momenti seri di studio ma anche iniziative di rivalutazione di quella figura e di manipolazione della storia. Ma c’è anche piena libertà -anzi, il dovere antifascista- di criticare queste ultime. E di criticare un Sindaco che vi interviene avallando di fatto quella rivalutazione e quella manipolazione. Che convegno si è tenuto sabato 21 novembre a Sarzana? Un convegno di rivalutazione di Biggini e anche di manipolazione della storia. La pagina a pagamento sui quotidiani e il sito dell’Istituto Biggini lo confermano: addirittura la bozza di Costituzione preparata da Biggini, allora Ministro dell’Educazione Nazionale della Repubblica sociale italiana, creata nell’Italia del centronord dagli occupanti nazisti con il loro fantoccio Mussolini, avrebbe “profondamente influenzato il testo che è diventato successivamente la Costituzione italiana del 1948”. In realtà si tratta di due Costituzioni antitetiche, e le differenze sono abissali. La Costituzione italiana, nell’articolo 1, afferma che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”; quella di Biggini, fatta propria da Mussolini, negli articoli 10 e 11 sancisce che “La sovranità promana da tutta la Nazione” e che “Sono organi supremi della Nazione: il Popolo e il Duce della Repubblica”. Ancora: la nostra Costituzione stabilisce che i tre poteri più importanti dello Stato -l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario- siano dati a tre organismi diversi, per evitare la concentrazione dei poteri che aveva caratterizzato la dittatura fascista; nella Costituzione di Biggini il Duce “esercita il potere legislativo”, a lui “appartiene il potere esecutivo”, mentre la funzione giudiziaria è esercitata dai giudici “nominati dal Duce”. Il Partito fascista è “organo fondamentale dell’educazione politica del popolo” ed è “riconosciuto come organo ausiliario dello Stato”: altro che “democrazia pluralistica”, come scrivono gli organizzatori del convegno! Ma ciò che è più manipolatorio è cercare di nascondere completamente gli articoli sulla “difesa della stirpe”, che contengono il “divieto di matrimonio di cittadini italiani con sudditi di razza ebraica”, e quelli sui “diritti e doveri del cittadino”, secondo i quali la cittadinanza italiana è titolo da “concedersi soltanto agli appartenenti alla stirpe ariana italiana” e “non può essere acquistata da appartenenti alla razza ebraica e a razze di colore”, le quali “non godono dei diritti politici”. Una Costituzione profondamente razzista, all’opposto della nostra, che nell’articolo 3 afferma che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Potrei continuare, ma credo che basti e avanzi. Come abbia potuto Cavarra parlare di “senso dello Stato e della giustizia” di Biggini è stupefacente. Che il gerarca sarzanese sia stato un uomo colto e che non sia stato personalmente un assassino è vero, ma ciò certamente non lo assolve, avendo egli obbedito fino all’ultimo a Mussolini e a Hitler, dalla corresponsabilità per gli eccidi nazifascisti, per la persecuzione degli ebrei e per aver portato l’Italia alla catastrofe (si vedano il mio articolo “Se vogliamo dare un senso alla storia dobbiamo celebrare Jacobs, non Biggini”, in “Città della Spezia” del 21 novembre, e quello di Sandro Bertagna su “La Spezia Oggi” del 22 novembre). Io non dubito dell’antifascismo di Cavarra: ma ha commesso un grave errore, e dovrebbe fare ammenda. Gli farebbe solo onore.
Se insisto non è per motivazioni politico-partitiche. Io non appartengo a nessun partito. Sono il copresidente del Comitato Unitario della Resistenza in rappresentanza dell’Anpi e ho il dovere, tanto più oggi che gli “ultimi” se ne stanno andando, di impegnarmi in ogni modo per trasmettere l’eredità morale e politica della Resistenza. Ma non è semplice: la vita repubblicana, in Italia, ha progressivamente oscurato e rimosso le sue pur incontestabili origini antifasciste. Ciò è avvenuto in modo marcato a partire dalla fine degli anni Settanta. Per comprendere la crisi della memoria e della politica dell’antifascismo, occorre tornare sull’alto grado di conflittualità che dopo il 1945 caratterizzò l’esperienza italiana: mentre la politica dell’anticomunismo divideva e indeboliva il grande potenziale riformatore che si era accumulato nel fronte socialmente e politicamente assai eterogeneo dell’antifascismo, la risposta dell’antifascismo era tale per cui esso tendeva incessantemente a riproporsi non tanto e non solo come insieme di valori più o meno condivisi dall’insieme delle forze che agiscono nello spazio repubblicano, ma come linea politica tendente a rimettere in discussione le divisioni interne fissatesi con il regime della guerra fredda, e quindi a identificarsi con una parte, quella “socialcomunista”. Poi ci furono gli errori degli anni Settanta: la sconfitta della politica del compromesso storico comportò la sconfitta dell’antifascismo, che era stato strettamente associato a quella politica. Il problema della condivisione dei valori fondanti della Repubblica è più aperto che mai. Ma un Paese si può dividere sulle scelte politiche senza rischiare di perdersi come comunità solo se tutti, forze politiche e cittadini, sentono il vincolo dell’identità nazionale. Se sono consapevoli, pur nel contrasto, che il “destino” degli italiani è uno solo. Non c’è alternativa a una riconsiderazione e a una reinterpretazione dell’antifascismo e del “patriottismo costituzionale” come spazio repubblicano super partes: quali altri ideali abbiamo se non quelli che ci hanno ispirato nella lotta di Liberazione? L’unica alternativa è una repubblica priva di ogni elemento identitario, complesso di procedure gestite da una classe politica sempre più “castale”: una prospettiva inaccettabile. Il ruolo dei partiti antifascisti è stato decisivo per la Resistenza e per la Costituzione, ma i conflitti del dopoguerra e gli errori degli anni Settanta hanno fatto sì che fossero i partiti stessi, con la loro crisi, a far tramontare la stella dell’antifascismo. Oggi i partiti non ci sono più, o almeno non ci sono più quelli veri, radicati nel popolo. Molti cittadini non credono più in nulla, e si astengono dal voto: c’è una crisi anche della società civile “partigiana”. Per un ragazzo di oggi la Resistenza, cioè il fondamento della Repubblica, si confonde nel magma indistinto della storia. In una fase così difficile non bisogna andare a commemorare Biggini ma ricordare i partigiani e i contadini, le donne, i sacerdoti che li accolsero e protessero ai monti. E oggi ricordare tutti coloro che, il 29 novembre di settantun’anni fa, furono ferocemente rastrellati dai nazifascisti in Val di Magra. Nel nostro Pantheon sta la gente comune, stanno le donne e gli uomini semplici che dalla Resistenza a oggi si sono battuti per la libertà e la democrazia, indipendentemente dalla loro appartenenza politica. Bisogna tener viva la loro memoria, non quella dei gerarchi.

 

Domenica 29 novembre 2015, Città della Spezia

 

 

 

La Relazione di Nazzareno Mollicone al Quarto Convegno Nazionale CESI
“Superare la frammentazione politica con un nuovo modello di sviluppo”
Pescia (PT) 14 novembre 2015

La partecipazione nelle imprese, per la democrazia economica e la sovranità produttiva nazionale
di Nazzareno Mollicone

Sommario:
1. Le anticipazioni legislative; 2. Le esperienze tedesche ed europee; 3. Accordi sindacali e proposte legislative; 4. I Fondi Pensione, una forma indiretta di partecipazione; 5. Motivazioni ed attualità della partecipazione

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La Relazione dell’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata al Quarto Convegno Nazionale CESI “Superare la frammentazione politica con un nuovo modello di sviluppo”
Pescia (PT) 14 novembre 2015
Il Medio Oriente, l’Europa e la nostra sicurezza
di Giulio Terzi di Sant’Agata

Sommario:
I. L’Occidente, l’Europa e le sfide alla nostra sicurezza; II. Le rappresentazioni della realtà internazionale; III. “Soft power ” e “hard power”; IV. Il senso di un vuoto per l’Occidente;V. I limiti della politica estera, di sicurezza e di Difesa dell’Unione Europea;VI. Siria e Iraq: il Medio Oriente dopo l’accordo nucleare con l’Iran.

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Il Convegno CESI tenuto a Pescia (PT)
“Superare la frammentazione politica con un nuovo modello di sviluppo”
In questo numero de Il Sestante, s’incominciano a pubblicare i testi integrali o le sintesi delle relazioni e delle comunicazioni svolte nel corso dell’importante Convegno organizzato a Pescia dal CESI in collaborazione con il Comitato EqF e il movimento Il Battito. Nei prossimi numeri seguiranno gli altri testi compresi gli importanti interventi che hanno avuto luogo insieme con quelli già previsti nel Programma che abbiamo pubblicato in precedenza.
Fin dal saluto dell’organizzatore Lorenzo Puccinelli Sannini e dalla relazione introduttiva al Convegno di Gaetano Rasi si possono avere già chiare indicazioni circa gli indirizzi e i contenuti delle analisi e delle proposte svolte nell’ambito dell’incontro.
Va tenuto presente che il Convegno si è aperto sotto l’incombente turbamento per i fatti terroristici di Parigi che hanno fortemente inciso su tutte le comunicazioni dei mass media italiani europei, e non solo.
Ciò nonostante il programma dei lavori si è svolto normalmente: la Prima Sessione è stata presieduta dal Presidente del CESI Giancarlo Gabbianelli; la Seconda Sessione pomeridiana è stata presieduta dal Presidente O. Gaetano Rasi.
Oltre gli interventi previsti dal Programma vi sono state due interessanti relazioni: una ad opera del dott. Roberto Pennisi, Sostituto Procuratore Nazionale Antimafia, sul tema della riforma della giustizia e sull’incidenza della criminalità organizzata nella società italiana e un’altra del dott. Mario Bozzi Sentieri, Consigliere CESI, su vari temi che vanno dagli istituti della partecipazione ad un più ampio programma riguardante autentiche modifiche costituzionali necessarie per l’Italia e l’Europa.

Sommario:

- Il Saluto dell’organizzatore del Convegno.
Prendere coscienza degli impegni futuri ed agire in nome di grandi ideali di Lorenzo Puccinelli Sannini

- La Relazione Introduttiva al Convegno.
Le indispensabili premesse di Gaetano Rasi

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Non favorito il rientro in Italia delle imprese industriali mentre esplode la crisi Stato-Regione
Questo numero de Il Sestante si caratterizza per due argomenti: anzitutto per l’analisi di uno dei fenomeni più importanti che potrebbe avere sviluppi positivi se non vi fosse una colpevole assenza di una generale politica industriale nel nostro Paese. Si tratta del rientro spontaneo in Italia di alcune produzioni manifatturiere in precedenza delocalizzate. Purtroppo la serie di eventi riguarda solo particolari tipi di lavorazioni per le quali conta soprattutto il marchio Made in Italy, più che la consistenza produttiva ed occupazionale. A tal proposito la riallocazione nazionale non è favorita a causa dell’inefficienza infrastrutturale (strade, ferrovie, risanamento idrogeologico, etc.) e dall’assenza di una politica industriale che garantisca, per esempio, la fornitura di energia a costi paritari rispetto a quelli delle altre nazioni.
Il secondo importante argomento trattato da Il Sestante riguarda lo scontro tra la politica dello Stato e quella che viene richiesta dalle singole Regioni. In particolare si richiama l’attenzione sulla debolezza strutturale dell’attuale Costituzione: in questo caso quella parte che riguarda il Titolo V di essa. Tratta l’argomento, con la consueta competenza, Mario Bozzi Sentieri che illustra anche quali sarebbero gli assetti delle macroregioni proposte e ne critica la logica costitutiva e la natura … contro natura.
Questo numero de Il Sestante richiama l’attenzione su tre eventi che caratterizzano il mese di novembre. E’ inoltre presente la consueta Rassegna delle novità librarie a cura di Mario Bozzi Sentieri (g.r.)

SOMMARIO

- I gravi danni derivanti dalla mancanza di una Politica Industriale.
Trascurato il rientro spontaneo in Patria di alcune produzioni manifatturiere di Gaetano Rasi

- Costi ed inefficienza delle Regioni.
Più che accorparle bisogna abolirle (o almeno riformarle) di Mario Bozzi Sentieri

- Rubrica. I Libri del Sestante. Rassegna di Novità librarie a cura di Mario Bozzi Sentieri
Segnalazione Eventi:

- Sabato 14 novembre 2015 ore 10.30 Convegno Nazionale CESI, Hotel Villa delle Rose, Castellare di Pescia (PT), Superare la frammentazione politica con un nuovo modello di sviluppo.

- Sabato 21 novembre 2015 ore 9.30 Convegno dell’Istituto C.A. Biggini per gli Studi costituzionali, Salone della Musica Gemmi, Sarzana (SP) “Carlo Alberto Biggini. La rivoluzione costituzionale. L’uomo, il professore, il politico.

- Mercoledì 25 novembre 2015 ore 15.00 Incontro-Dibattito presso la Camera dei Duputati, Roma “La grande questione delle migrazioni: quale politica per l’Italia”.

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NOSTALGIA DI PATRIA

 

Lontano dall’Italia da oltre trent’anni – salvo periodici rientri di poche settimane – soffro come quasi tutti gli italiani residenti all’estero del “mal di Patria”; un male prodotto da quella nostalgia che il dálmata Niccolò Tommaseo nel milleottocento definí: amore struggente di Patria lontana.

La mia nostalgia risale alla sua radice semasntica, dove riecheggia il vocabolo greco nostos che – trasformando il desiderio della patria lontana in un percorso come quello del mitico Enea – lenisce lo strappo delle origini, la lontananza dalla terra natía trasformandola in un ponte lanciato sulla sponda del nuovo approdo, dove il processo di dislocazione conserva tuttavia la memoria delle origini.

Nel caso specifico il mio “mal di Patria” si fa piú intenso, a causa delle vicende sulle quali gli italiani ben nati si arrovellano con rabbia e per le quali l’odierna Italia non mi piace. E a non piacermi non é solo l’Italia delle ricorrenti tangentopoli della corruzione politica e mafiosa che ne corrode il territorio, le coscienze e lo spirito. Non mi piace l’Italia festaiola delle lotterie e degli insulsi concorsi a premio che la Rai-TV diffonde sulle vie dell’etere presentando a tutto il mondo l’immagine fittizia di un Paese che sembra cullarsi nell’incoscienza colettiva e nell’evasione ludica mentre tutto gli sta crollando attorno. Certo chi visita spesso l’Italia sa perfettamente che l’immagine televisa che corre per il mondo non corrisponde all’Italia reale che, nonostante l’irresponsabilità della classe dirigente al potere, lavora in condizioni difficili per risalire dalla terribile crisi socio-economica e civile che attanaglia le famiglie, le piccole e medie imprese, la scuola, che nega un futuro alle giovani generazioni e getta nella miseria generazioni di pensionati, che induce alla fuga all’estero le migliori energie del paese impoverendolo intellettualmente e professionalmente.

Né mi piacciono quegli intellettuali italiani che, per fuggire dalla triste realtà odierna, cercano un rifugio consolatore nella lontana memoria del sacro romano impero, il cui pallido riflesso è custodito nella tomba viennese di Cecco Beppe, penultimo imperatore di una tramontata “Austria felix”; nè coloro che stanno imbastardendo con vocaboli stranieri (soprattutto con anglicismi) la nostra lingua. Antico vizio nostro, purtroppo, già denunciato a suo tempo da Vincenzo Gioberti (1801-1852) quando considerava costume indegno, basso e vile il “trasandare la propria loquela ed il vezzo di parlare o scrivere, senza bisogno, la lingua forestiera” ; mentre Giacomo Leopardi (1798-1865) aggiungeva, a sua volta, che “la lingua, l’uomo e le nazioni per poco sono la stessa cosa”.

Né mi sento partecipe di quello “spiritaccio” che induceva il pratese Curzio Suckert-Malaparte a considerarsi discendente dai longobardi di Borgo al Cornio che fu il nocciolo di Prato, per cui – sempre secondo il Curzio Malapratese – pensavano di nulla dovere “al solito Mario, al solito Silla, al solito Cesare”. Per la mia discendenza toscano-emiliana mi sento invece vincolatissimo con i soliti Mario, Silla e Cesare perchè non posso espellere le mie solide radici italiane dal quell’ inconscio collettivo di quella atavica “Italica Gens” che assieme agli antichi romani contribuí alla formazione del popolo italiano, se é vero che l’Italia – specificamente come patria – è anche e soprattutto la sua Storia.

Ma la Patria, per la indubbia derivazione sua dal vocabolo latino pater, si puó definire non solo come “terra dei padri”, ma altresì come il luogo dove spiritualmente, e non solo materialmente, si nasce e si cresce. Di conseguenza, si puó convenire, con l’abate Gioberti, che l’Italia contemporanea più che patria, intesa nel senso attribuitole dagli antichi Greci – luogo cioè di vita morale e culturale, ispiratore di una comune fede civica, generetrice del cittadino adulto – è Matria: terra matrice, bália degli italiani delle generazioni dell’ultimo secolo, rimasti all’età infantile. Si tratta di un infantilismo non ingenuo, invece assai malizioso, affiorato nel cinquantennio a cavallo tra il XXº secolo, ormai tramontato, ed il XXIº da poco iniziato, che segna il fallimento della patria italiana in quanto luogo di crescita culturale e spirituale; fallimento dovuto alla rottura di quell’unità metafisica tra popolo e patria per cui “noi apparteniamo alla patria e la patria appartiene a noi” e di cui ha parlato a suo tempo il filosofo tedesco Eduard Spranger.

Personalmente ritengo responsabili di tale fallimento le varie istanze dell’educazione (famiglia, scuola, classe poplitica) che, pur in diversa maniera, tutte hanno abdicato al loro compito esistenziale ed istituzionale o – quel che è peggio – lo hanno svolto secondo un rovesciamento di principi e valori, le cui conseguenze negative emergono quotidianamente in quell’entità che la classe dirigente dominante identifica come Paese, vergognandosi di chiamarla con il nome vetusto che – come scrisse a suo tempo il poeta romano Virgilio – “dagli Enotri nomossi: or, com’è fama, preso d’Italo il nome, Italia s’è detta” (Eneide, IIIº, 164).

L’Italia, dunque – che si espanse dalle radici degli Enotri – e della quale, come italiano all’estero, quotidianamente sento l‘assenza, perchè mi sento geneticamente radicato in essa, e sulla quale mi arrovello con passione perchè – anche se oggi non mi piace com’è stata ridotta – non potró mai spogliarmi di essa finché conserverò la consapevolezza delle mie radici storiche e spirituali.

Già suo tempo, il nostro Niccoló Machiavelli dichiarava all’amico Francesco Vettori, d’amare la patria piú dell’anima, lasciando, già nel XVº secolo ai posteri l’alta visione di quel moto di formazione delle nazioni per cui la piccola patria antica si allarga poi a nazione moderna per affermarsi quindi come Stato nazionale nella prima metà del secolo XXº.

Bisogna rifarsi dunque all’avveniristica lezione del geniale segretario fiorentino per sensibilizzare quegli italiani che sono sopinti alla disperazione dalla crisi attuale e sognano antistoriche ed utopistiche tentazioni d’indipendentismo regionale; e riproporre ad essi la rifondazione morale e la reintegrazione politica dell’Italia contemporanea. Come ricordava puntualmente Marcello Veneziani in un coraggioso articolo del 14 febbraio 2014, dove – rivolgendosi agli italiani del Veneto – li invitava ad abbandonare la rabbia utopica della secessione, ammonendoli che: “Non si reagisce alle crisi e al malgoverno sfasciando il Paese. Una Patria non è un contratto che cambia gestore se l’offerta non è più generosa. Una patria è una storia da cui provieni, la geografia in cui ti muovi, la lingua che parli, l’arte che vedi, la terra degli avi, i loro sacrifici, tuo padre, tua madre. Difendere oggi l’Italia nella sua unità, è difendere la civiltà italiana”.

 

Solo la pertinace diseducazione verso l’Italia, Nazione-Stato – sintesi di libertà-autorità, maestà-diritto, costituita dalla forza, dall’intelletto e dalla fiducia degli italiani – può indurre qualche nostro compatriota, per incosciente che sia del suo status storico giuridico a sostenere, in odio alla prepotenza di una classe politica squalificata, che “dal 1866 la nazione veneta è oppressa dallo Stato italiano”, confondendo rozzamente i termini di popolo e nazione e scambiando quindi il primo con il secondo.

Infatti mentre esiste un popolo veneto, accanto ad un popolo lombardo, piemontese, sardo, napoletano, pugliese, siciliano, ecc. – (inteso il vocabolo “popolo” come sininimo di “gente”) – esiste solo una Nazione Italiana.

 

La Nazione italiana esiste, sotto il profilo socio-culturale, almeno da tremila anni, secondo l’ affermazione dell’autorevole sociologo Franco Ferrarotti raccolta dal settimanale L’Italia del 20 gennaio 1993.La Nazione Italiana- spiegava allora Ferrarotti – ha radici antropologiche profondissime.

Da qui l’esigenza di riscoprire, soprattutto per gli italiani d’Italia, il significato di patria e l’urgente vigenza del suo valore, il recupero della sua missione comune nel patrimonio culturale e storico della nazione italiana mediante la sua riaffermazione unitaria nella Stato. Anche questo da rifondare nel contesto della realtà attuale dove il senso dello Stato, deformato a statalismo dagli abusi burocratici, va restituito alla sua essenza originaria: quale unità di destino delle diversità d’origine e di costume delle genti italiche; e quindi espressione dell’ordine giuridico che il popolo si da per presentarsi con onore tra gli altri popoli della terra, come ha insegnato sapientamente Romano Guardini, un italiano di cultura germanica, nato a Verona nel 1885 e trasferitosi all’età di cinque anni in terra tedesca, seguendo suo padre, nominato console a Magonza del giovane Regno d’Italia.

 

L‘urgenza della Patria s’impone soprattutto in tempi come questi, quando gl’italiani sembrano rincorrere solo i richiami delle suggestioni e degli egoismi locali; e s’impone    come voleva Giuseppe Mazzini – ripreso un secolo dopo dall’alto magistero di Giovanni Gentile – intendendo la Patria “anzitutto come conscienza della Nazione”.

Nei suoi Scritti editi ed inediti, Mazzini, a proposito della Patria avverte: “Il suolo che calpestate ed i limiti che la natura pone tra la vostra terra e quella del prossimo, e la dolce lingua che in essa risuona, non sono che la forma visibile della Patria.Ma se l’anima della Patria non palpita in questo santuario della vostra vita che ha nome coscienza, questa forma resta simile ad un cadavere inanimato. E voi siene una tomba anonima, una massa d’individui, non un popolo. La Patria è la fede nella Patria. Quando ciascuno di voi abbia questa fede e sia disposto a dare il suo sangue per essa, solo allora possederete la Patria, non prima”.

Insomma la Patria vive nella fede di chi la vuol far vivere, sicchè non esiste nazione e patria dove non esiste la volontà d’essere nazione e patria, cioè una “identità nazionale” che in Italia ha sempre costituito “un riferimento ambivalente ed ambiguo” come osservava ancora il Ferrarotti.

 

Ora da tale ambiguitá si puó uscire solo con una educazione nazionale spinta in profondità. Ma dal 1945 in poi, l’educazione nazionale è stata sostituita da una anodina “istruzione pubblica” che non osa educare le giovani generazioni italiane (abbandonate alle peggiori influenze straniere) nella fierezza delle radici, nell’orgoglio del nostro patrimonio storico, nel culto dei simboli della Patria.

Nei Paesi dell’America Latina – meglio definita dalla sapienza dell’italo-argentino Carlos Alberto Disandro (1919-1994), quale “America Romanica – non c’è cerimonia scolastica od atto civico che non s’apra con l’alzabandiera e l’esecuzione corale dell’inno nazionale.

Il ballo nazionale cileno d’origine popolare (la cueca), si concludecon l’omaggio alla bandiera. Nella principale “avenida” di Buenos Aires campeggia un gigantesco cartellone dove si legge: Argentina, te quiero (Argentina, ti amo!).

 

Manifestazioni simili, sono inimmaginabili nell’Italia contemporanea dove il tricolore s’esisbisce poco e l’inno nazionale s’intona distrattamente negli stadi solo in occasione di partite di calcio a livello internazionale.

Qui consiste il punctum dolens: l’identità italiana s’è interrota da quando la volontà d’essere patria e nazione s’è spenta nel rinunciatarismo implicito nel processo mal condotto di una unione europea sollecitata dalle illusoni di un consumismo materialista omologato all’occidentalismo nordamericano.

Mancando questa volontà, gl’italiani oggi sono tutti orfani, specialmente quegli italiani che le dure vicissitudini della vita hanno spinto sulle vie del mondo. Infatti per gli italiani emigrati, la patria assente produce un senso di sradicamento che – specie per i figli degli italiani all’estero – significa il rischio di un assorbimento irreversibile nel contesto socioculturale nei Paesi d’accoglimento.

 

In tempi di fughe nell’oblio o, peggio, di diserzione come quelli in cui viviamo, la fedeltà alla Madre Patria costituisce la sola salda premessa per la rinascita della coscienza civica nazionale.

L’Italia perenne risorgerà a nuova vita feconda solo quando tutti gli italiani affronteranno i problemi comuni, profondamente contagiati – come noi – dal mal di Patria.

 

Santiago del Cile, maggio 2015.

                                                                                                   Primo Siena

                                                                                 Italiano all’estero dal 1978

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